Resilienza: cos’è? Caratteristiche e test per la resistenza psicologica.

La resilienza è la capacità di ristabilire l’equilibrio psichico, perso a causa di un evento negativo, e di crescere mentre lo si affronta. In questo articolo scopriremo che la resilienza appartiene a tutti gli esseri umani; vedremo quali comportamenti contraddistinguono le persone resilienti e ne illustreremo l’aspetto neurobiologico.

Resilienza: cos’è? Caratteristiche e test per la resistenza psicologica

    Indice Articolo:

  1. Cos'è?
  2. Chi sono le persone resilienti?
  3. Come svilupparla
  4. Come insegnarla
  5. Test 
  6. Aspetti neurobiologici della resilienza
  7. Approfondimenti

Cos’è la resilienza.

La resilienza, in psicologia, è un processo dinamico di adattamento ad uno stress prolungato, come ricevere la diagnosi di una brutta malattia, essere sopravvissuti ad una catastrofe naturale o ad un attacco terroristico, aver perso il lavoro o affrontare un divorzio.

Si tratta di un termine che viene usato in parecchi ambiti, ma la definizione più suggestiva è quella presa dal settore metallurgico: la resilienza è indice della capacità di un metallo di resistere alle forze alle quali è sottoposto.

Questo processo non consiste semplicemente nella sopravvivenza agli eventi avversi, bensì ci permette di crescere e prosperare a dispetto di questi ultimi.

Grazie alla resilienza noi non ci spezziamo, anzi: ne usciamo più forti di prima.

Chi sono le persone resilienti?

Una persona resiliente ha spesso un passato difficile e/o traumatico alle spalle. Non potrebbe essere altrimenti: la robustezza di una barca non è visibile finché non abbandona il porto per solcare il mare. Chi ha un atteggiamento resiliente ha imparato a gestire la paura dell’avvenire, è ottimista -con una buona dose di sano realismo-, è sicuro delle proprie capacità e sa ciò che vuole dalla vita.

La realtà, però, è che la resilienza non è un tratto della personalità che appartiene a poche persone straordinarie, ma una caratteristica condivisa da tutti gli esseri viventi, umani compresi. Basti pensare che più della metà della popolazione sperimenta un evento traumatico durante la vita, eppure solo una ridotta percentuale manifesterà depressione, ansia, oppure un disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

Gli opposti della resilienza.

Volendo fare un paragone per opposti si può dire che L’atteggiamento di chi è resiliente è diametralmente opposto rispetto a quello manifestato da chi ha queste patologie.

Depressione.

Ancora oggi purtroppo si tende a confondere l’essere giù di tono con la depressione. Quest’ultima è una patologia psichiatrica che compromette le attività quotidiane e le relazioni sociali, e in diversi casi conduce al suicidio. Essa è caratterizzata dalla presenza concomitante di:

  • apatia, cioè indifferenza, incapacità a provare interesse
  • anedonia, l’incapacità di trarre piacere anche da attività che prima rendevano felici
  • senso di colpa e di inutilità
  • difficoltà a concentrarsi
  • grande senso di stanchezza immotivata
  • disturbi del sonno e dell’appetito.

Ansia

Entro certi limiti l’ansia è una risposta fisiologica ad una situazione reputata pericolosa. Si sconfina nel patologico quando l’ansia è presente in assenza di un pericolo reale, quando lo stato di allerta dell’organismo è spropositato. I disturbi d’ansia rappresentano un ostacolo al normale svolgimento della vita che è difficile da superare senza un sostegno adeguato.


Disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

Tende a colpire coloro che hanno vissuto esperienze estreme che hanno provocato un trauma: per esempio, il trovarsi nel mezzo di un conflitto armato, essere stati rapiti e aver subito violenze e torture. Una caratteristica importante di questo disturbo è che la paura intensa e l’orrore possono essere rievocati anche da scene innocue e apparentemente sconnesse dal ricordo traumatico

Strategie per sviluppare questa capacità di resistenza.

Il fatto che uomini e donne siano naturalmente portati ad adattarsi efficacemente alle avversità, non significa che tutti svilupperanno la resilienza nella loro vita. La resilienza psicologica viene studiata da molti esperti, e sono stati identificati numerosi meccanismi protettivi: fattori in grado di modificare positivamente la risposta dell’individuo di fronte a un evento avverso.

Vediamoli uno per uno.

Relazioni sane all’interno e all’esterno della famiglia.

Poter contare su una solida rete sociale costituita da genitori, insegnanti, altri adulti, e coetanei è un fattore cruciale per lo sviluppo della resilienza, specialmente nei più giovani. Il sostegno ricevuto dai genitori è stato correlato con un minor rischio di abuso di alcool, di sostanze e di comportamenti violenti (Fergus e Zimmerman, 2010); mentre la scarsità di rapporti sociali spesso è predittiva di un PTSD.

La cosa interessante è che è il sostegno percepito dal soggetto ad essere associato con un buon funzionamento mentale, cioè se il soggetto sente di avere qualcuno su cui contare (Frydenberg, 1997).

Ottimismo.

Ossia, l’aspettarsi il buon esito di un’esperienza. Non si tratta di un ottimismo ingenuo, poiché è accompagnato dalla ricerca di strategie per affrontare un problema. Ancora, essere ottimisti aumenta il nostro benessere, aiutandoci anche a costruire relazioni sociali appaganti e costruttive.

Strategie di adattamento (coping skills).

In genere sono delle strategie comportamentali che si mettono in pratica per attenuare o eliminare lo stress. Va detto che si dividono in:

  • strategie attive, che poi sono quelle che contribuiscono a determinare la resilienza
  • strategie passive, adottate purtroppo da moltissime persone. In quest’ultimo caso la persona sceglie di non affrontare di petto il problema, e per ridurre il carico emotivo correlato ad esso può fare uso di alcool o altre sostanze d’abuso.

Uno studio condotto su pazienti con dolore cronico, una situazione molto seria, mostrava che le strategie passive erano direttamente correlate allo stress psicologico, alla sofferenza e alla depressione, le strategie attive erano inversamente correlate a queste condizioni (Snow-Turek et al., 1996).

Rivalutazione cognitiva.

Anche detta flessibilità cognitiva, consiste nel rielaborare le proprie esperienze sostituendo i pensieri negativi con pensieri costruttivi. Osservando la realtà da una prospettiva diversa è possibile scovare il lato positivo di ogni situazione. Le cose brutte succedono, una crisi non costituisce mai un limite insuperabile: è necessario trarre degli insegnamenti da quello che ci succede per andare avanti.

Obiettivi realistici.

Tendiamo a dimenticare che noi abbiamo bisogno di uno scopo per vivere. Avere un desiderio o un progetto nel quale possiamo riconoscerci fornisce la forza di affrontare i nostri limiti, di rialzarci quando le cose non vanno come vorremmo. Siamo sorretti da una motivazione intrinseca che non può essere demolita e vale più di qualsiasi rinforzo proveniente dall’esterno.

Al tempo stesso sviluppiamo tenacia e flessibilità, perché la meta è una sola, ma il tragitto di volta in volta può cambiare.

La resilienza può cambiare la Storia?

Può sembrare assurdo ma risposta è sì! basta pensare al lavoro svolto da Margareth Hamilton. Scienziata del MIT, scrisse il codice che venne usato per il funzionamento del computer dell’Apollo 11, famoso per essere andato sulla Luna.Se non fosse stata resiliente non avrebbe potuto scrivere interi volumi di codice binario e risolvere il problema del sovraccarico da informazioni del computer, e la storia dell’allunaggio sarebbe stata probabilmente diversa!

Auto-efficacia.

Con auto-efficacia si intende la percezione che una persona ha della sua forza e della sua capacità di gestire i problemi. È emerso che l’autoefficacia è fortemente influenzata dal grado di gestibilità dell’evento stressante:

  • se si tratta di un evento incontrollabile, ingestibile, la persona sperimenta un senso di impotenza, che possiamo anche chiamare "impotenza appresa" - la persona si convince di essere incapace ad affrontare le circostanze in cui si trova e si trascina questo senso di incompetenza per tutta la vita;
  • se invece l'individuo è esposto a degli stimoli stressogeni che è in grado di dominare, questo senso di auto-efficacia lo accompagnerà attraverso esperienze negative anche più gravi - in altre parole diventa resiliente. Tale situazione (chiamata dagli anglosassoni stress-inoculation) ricorda molto l’uso dei vaccini: con il vaccino noi stimoliamo il sistema immunitario, in modo che sia pronto ad affrontare un'infezione pesante.

Senso di responsabilità.

Le persone più vicine a noi, o in generale la società, influenzano inevitabilmente la nostra esistenza, in una maniera che non sempre ci piace. Quando facciamo un’esperienza negativa viene naturale, all’inizio, incolpare il prossimo: ma prendercela sempre con gli altri per la nostra situazione insoddisfacente a lungo andare dà la sensazione che la nostra vita non ci appartenga, che siamo una barchetta di carta in balia del mare e niente più. Invece noi abbiamo delle responsabilità in quello che ci accade e siano padroni della nostra vita.

Questo ragionamento vale in special modo quando si è all’interno di una coppia.

Perché una relazione sia sana e durevole, ognuno deve guardarsi dentro per capire se e dove ha sbagliato, e cosa potrebbe fare per migliorare le cose; bisogna sforzarsi di comunicare e di ascoltare l’altro. Responsabilità vuol dire anche questo.

Senso dell’umorismo.

Reagire ad un ostacolo con un sorriso o una battuta di spirito può aiutare a stemperare la tensione e a riflettere con maggior lucidità, senza essere sopraffatti dal vortice di emozioni che accompagnano una difficoltà. Coltivare l’autoironia attira le persone, dando la possibilità di ampliare la propria rete di supporto sociale.

Spiritualità.

Attraverso la spiritualità, che può coincidere con l’avere un credo religioso oppure no, si può trovare un senso all’esperienza traumatica che ci è capitata, e possiamo accettarla trovandole un posto dentro di noi. Secondo Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto alla prigionia in un campo di concentramento nazista, la strenua ricerca del significato della propria vita fu il fattore fondamentale che consentì a molti prigionieri di non lasciarsi morire.

Le ricerche condotte sui sopravvissuti all’uragano Katrina evidenziano la notevole resilienza dimostrata dalla comunità afro-americana più povera, e per questo più danneggiata dalla calamità.La resilienza psicologica in queste persone era determinata da una forte coesione all’interno della famiglia e della comunità, ma altrettanto importanti furono la spiritualità e la religione. Adulti e bambini hanno assegnato un ruolo centrale alla preghiera e al fare affidamento su una entità superiore per trovare uno scopo nella propria lotta per la sopravvivenza (Salloum et al. 2010).

Altruismo.

Capita spesso che l’altruismo sia frutto della sofferenza. Se una persona fa tesoro di un’esperienza negativa, vedendo qualcuno che si trova nella stessa situazione si adopera affinché il dolore provato non affligga qualcun altro.

L'osservazione di 232 bambini di una scuola elementare in Grecia ha mostrato che un comportamento altruistico riduceva la competitività, potenziava l'empatia e la resilienza (Leontopoulou, 2010).

Esercizio fisico.

Ormai la locuzione mens sana in corpore sano è entrata nell’uso comune, per indicare che noi siamo fatti di una mente e un corpo, ed entrambi richiedono grande cura e attenzione. Fare attività fisica migliora l'umore e l'autostima, regalando una sensazione di benessere. Sembra che possa essere d'aiuto a chi sta affrontando un grande stress o soffre di depressione (Harris et al. 2006).

Puoi approfondire come aumentare la fiducia in se stessi.

Praticare con costanza uno sport può essere un ottimo modo per sviluppare la resilienza; in fin dei conti, esistono diverse analogie tra lo sport e la vita.

Una ricerca realizzata in Germania (W. Hauser, 1995) ha evidenziato la correlazione esistente tra risultati ottenuti dagli atleti specializzati in gare Ironman - più pesanti del Triathlon! - e la loro resilienza; e che la correlazione era più forte rispetto a quella tra risultati e parametri fisiologici dell’atleta, per es. il massimo consumo di ossigeno.

Dunque, per raggiungere buoni risultati in uno sport non bisogna solo considerare le caratteristiche fisiche, ma bisogna anche possedere una volontà d’acciaio!

Insegnare la resistenza psicologica ai bambini.

I primi anni di vita sono cruciali per determinare la personalità e il funzionamento della mente in età adulta. Ne consegue che insegnando la resilienza ai bambini facciamo loro un grande regalo. Vediamo alcune indicazioni utili.

  • Per prima cosa, è bene creare un rapporto affettuoso, dove ci sia complicità. Il modo migliore è fare delle cose insieme: giocare, fare delle passeggiate, preparare un dolce;
  • un genitore o un mentore deve essere una figura accogliente. Il che non vuol dire essere eccessivamente indulgenti, piuttosto serve ad incoraggiare il bambino a parlare di sé sinceramente;
  • insegnare come gestire ed elaborare le emozioni, come la rabbia e la paura;
  • sostenere le scelte del bambino, se corrette;
  • incoraggiare il bambino a scegliersi amici veri e sinceri, promuovendo la costituzione di una solida rete sociale sin dall’infanzia;
  • dare poche regole semplici da comprendere e da ricordare;
  • insegnare l’importanza dell’autoironia e dell’ottimismo;
  • quando il bambino si ritrova ad affrontare un problema, mai sostituirsi nella risoluzione. In questo modo potrà sviluppare la creatività, la perseveranza, l’auto-efficacia;
  • non accondiscendere ad ogni singola richiesta, prima di tutto perché sarebbe impossibile, secondo perché anche i rifiuti fortificano.

Questi suggerimenti educativi sono ugualmente efficaci nei bambini e nelle bambine.

Promuovere l’indipendenza del bambino, la creatività, la tenacia, l’ottimismo, il rispetto delle regole, sono elementi che ritroviamo anche nel metodo educativo Montessori. Si può dire, infatti, che i bambini Montessori sono resilienti.

Puoi approfondire i principi del metodo Montessori.

Test psicologici per valutare la capacità di resistenza ed adattabilità.

Quasi contemporaneamente al fiorire della letteratura scientifica sulla resilienza sono cominciati i tentativi di quantificarla o di misurare alcuni suoi aspetti (come la resistenza e lo stress percepito).

All’inizio degli anni 2000 è stata sviluppata la Connor-Davidson Resilience Scale (CD-RISC), alla quale venne dedicato un articolo sulla rivista Depression and Anxiety (Connor & Davidson, 2003).

La CD-RISC permette una rapida autovalutazione, attraverso un questionario formato da 25 punti: per ognuno di questi punti - che trovate nel box - si può assegnare un punteggio che va da 0 a 4, dove 0 significa che un’affermazione non è mai vera e 4 che l’affermazione è quasi sempre vera.

Si può ottenere un punteggio da zero a 100: un elevato punteggio riflette un atteggiamento resiliente.

Contenuto della CD-RISC.

1. Sono capace di adattarmi al cambiamento.

2. Ho relazioni strette e sicure.

3. A volte il destino o Dio possono aiutare.

4. Posso affrontare qualunque cosa accada.

5. I successi passati mi danno sicurezza per fronteggiare nuove sfide.

6. Vedo il lato umoristico/positivo delle cose.

7. Gestire lo stress fortifica.

8. Tendo a riprendermi rapidamente dopo una malattia o una difficoltà.

9. Le cose capitano per una ragione.

10. Sono disposta/o a dare il massimo a qualunque costo.

11. Posso raggiungere i miei obiettivi.

12. Quando la situazione sembra senza speranza io non mi arrendo.

13. So da che parte voltarmi per avere un aiuto.

14. Sotto pressione mi concentro e penso con lucidità.

15. Preferisco prendere il controllo quando si tratta di risolvere un problema.

16. Non mi lascio scoraggiare facilmente dal fallimento.

17. Penso di essere una persona forte.

18. Prendo delle decisioni difficili e, a volte, impopolari.

19. So gestire le sensazioni spiacevoli.

20. Agisco d’impulso.

21. Ho una forte ragione di vita.

22. Ho il controllo sulla mia vita.

23. Mi piacciono le sfide.

24. Lavoro per realizzare i miei obiettivi.

25. Sono fiera/o delle mie conquiste.

Per verificare che i risultati ottenuti con questo semplice test fossero generalizzabili, la CD-RISC è stata utilizzata su diversi gruppi di soggetti - previo consenso informato-:

  • un gruppo proveniente dalla popolazione generale;
  • pazienti ambulatoriali che avevano richiesto un’assistenza sanitaria di base (primary care);
  • pazienti ambulatoriali psichiatrici;
  • pazienti con disturbo d’ansia generalizzato (GAD);
  • pazienti con disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

Questa scala di valutazione ha mostrato di essere affidabile. Permette di quantificare la resilienza, e dà un risultato coerente in base allo stato di salute: infatti, i partecipanti del gruppo della popolazione generale hanno ottenuto punteggi più elevati rispetto a chi aveva una patologia psichiatrica. Comparando la CD-RISC con altre scale di misurazione, per la precisione la PSS-10 (Perceived Stress Scale) e la SVS (Sheehan Stress Vulnerability Scale) si è visto che alti livelli di resilienza erano associati a

  • un minor stress percepito
  • una ridotta vulnerabilità allo stress.

Inoltre, la CD-RISC ha mostrato che la resilienza può modificarsi nel tempo a seguito di un trattamento, se una persona si fa aiutare.

In pazienti con PTSD, anche un intervento farmacoterapico a breve termine ha dato come risultato un incremento del 25% o più della resilienza: le persone che avevano mostrato il maggior miglioramento avevano ottenuto un punteggio della CD-RISC simile alla media della popolazione generale.

Aspetti neurobiologici della resilienza.

Uno dei filoni di ricerca più interessanti su questo tema ha l’obiettivo di spiegare la resilienza con la biologia: in breve, la capacità di reagire e adattarsi alle situazioni stressanti e/o traumatiche, il guardare al futuro con ottimismo, la motivazione intrinseca, il controllo delle emozioni possono derivare e dipendere dal delicato equilibrio esistente tra piccole molecole.

Lo studio della resistenza psicologica si concentra sul sistema nervoso centrale, dobbiamo però tener presente che il sistema nervoso lavora in stretta associazione con il sistema endocrino, per mediare le risposte fisiologiche e comportamentali allo stress.

I sistemi nervoso e endocrino hanno in comune l’utilizzo di “messaggeri”, di molecole grazie alle quali l’organismo si prepara a rispondere agli stimoli esterni. In particolare i gruppi di ricerca si stanno concentrando su:

  • gli ormoni dell’asse HPA
  • il neuropeptide Y (NPY)
  • i neurotrasmettitori dopamina, noradrenalina, serotonina
  • il fattore neurotrofico cerebrale (BDNF).

Illustriamo ora le proprietà di queste sostanze, come sono correlate alla resistenza psicologica e alla vulnerabilità a stress e traumi.

Ormoni dell’asse HPA.

La sigla HPA sta per ipotalamo-ipofisi-surrene. Si parla di “asse” perché gli ormoni prodotti da ciascuna struttura possono influenzare la produzione nelle altre strutture.

L’asse HPA comincia con l’ipotalamo, anello di congiunzione tra il sistema nervoso e il sistema endocrino.

L’ipotalamo è una regione piccolissima situata alla base del cervello. Ciononostante è responsabile del coordinamento delle funzioni vegetative - cioè degli organi interni - e delle funzioni endocrine in risposta a stimoli nervosi, poiché comunica con diverse aree cerebrali. I nuclei laterale e ventromediale dell'ipotalamo sono coinvolti nella regolazione dell’umore, in particolare alla loro attivazione corrispondono gli stati di rabbia e paura.

Questa piccola regione del cervello influenza l'attività dell'ipofisi - la principale ghiandola endocrina dell'organismo - la quale a sua volta influenza l'attività delle ghiandole surrenali.

Tutto comincia con la produzione da parte dell’ipotalamo del CRH (ormone di rilascio della corticotropina), il quale determina la produzione di ACTH (ormone adrenocorticotropo) da parte dell'ipofisi; l'ACTH stimola il rilascio di cortisolo, un ormone steroideo, da parte della corteccia surrenale.

Il cortisolo è importantissimo per la sopravvivenza dell'organismo in condizioni di stress cronico, per tale ragione viene talvolta detto “ormone dello stress”.Gli effetti metabolici del cortisolo sono tutti volti alla prevenzione dell’ipoglicemia. Non dobbiamo stupirci, visto che il glucosio è il nutriente preferito dalle cellule.

Il cortisolo ha una certa influenza sulla funzionalità del cervello, e ciò è venuto fuori studiando dei casi nei quali questo ormone era presente in quantità eccessiva.

Puoi approfondire il rapporto tra cortisolo e stress.

Potremmo considerare l’eccesso di cortisolo come un nemico della resilienza, poiché è stato associato alla comparsa di depressione. È stato ipotizzato che l’ipercortisolemia sia direttamente responsabile delle alterazioni biochimiche e dei sintomi di tale disturbo, perché i recettori per questo ormone sono stati rinvenuti in due aree del cervello fondamentali per il controllo del tono dell’umore e del comportamento: l’ippocampo e l’amigdala.

L’ippocampo una struttura situata nella parte interna del lobo temporale del cervello; il sorprendente sviluppo della corteccia che caratterizza gli esseri umani ha fatto sì che la corteccia dell'ippocampo si arrotolasse su se stessa, facendolo sembrare un corno - da qui l'altro nome "corno di Ammone". Da quello che abbiamo appreso sinora, l'ippocampo è fondamentale per l'immagazzinamento delle informazioni utili, che diventano memoria.È stata riscontrata un’associazione tra gli abusi subiti nell’infanzia e la riduzione del volume dell'ippocampo, e una ridotta attivazione di quest'ultimo durante i test di memoria (Janssen et al. 2007; Davidson & McEwen, 2012; Heim et al. 2010).

L’amigdala è un agglomerato di neuroni a forma di mandorla, situato al di sotto della corteccia del lobo temporale. In volontari sottoposti a una scansione PET (tomografia ad emissione di positroni) l’amigdala si attivava ogniqualvolta pensavano a qualcosa di triste.

Questa regione, infatti, è deputata a reagire alle esperienze con un contenuto emozionale negativo, per esempio:

  • attivando risposte endocrine tipiche dello stress - come la liberazione di noradrenalina e adrenalina
  • stimolando il nucleo parabrachiale mediale, localizzato nel tronco encefalico, e da ciò deriva l’iperventilazione tipica degli stati d’ansia.
Nel disturbo post-traumatico da stress una scena all’apparenza innocua può far rivivere a chi ne soffre un’esperienza carica di orrore. Ciò potrebbe essere spiegato dalla capacità delle aree associative visive della corteccia, V4 e V5, di rievocare immagini terrificanti e di attivare l’amigdala grazie alle sue connessioni con l’ippocampo.Inoltre si è notato che l’amigdala dell’emisfero cerebrale destro provoca, attraverso le connessioni con la corteccia orbitofrontale destra (una parte della corteccia prefrontale) degli atteggiamenti correlati al senso di paura.

I livelli di cortisolo vengono valutati da soli e in relazione ai livelli di un altro ormone, il DHEA (deidroepiandrosterone).

Il DHEA viene prodotto anch’esso dalla corteccia surrenale. Esso antagonizza gli effetti del cortisolo, ed essendo prodotto anche nel cervello è considerato un neurosteroide.

Il rapporto cortisolo/DHEA è un parametro fondamentale indicante la vulnerabilità allo stress; Markopoulou e collaboratori (2009) hanno trovato che il rapporto è aumentato negli individui con depressione resistente al trattamento; Jones & Moller (2011) hanno osservato una disregolazione dell'asse HPA in pazienti con PTSD, ed esistono evidenze a favore di un ruolo neuroprotettivo da parte del DHEA.

Altrettanto rilevante è il CRH di origine ipotalamica. Pare che anch’esso sia da collegare a disturbi dell’umore come ansia e depressione. Come il cortisolo, il CRH per poter esercitare degli effetti sul cervello deve legarsi a dei recettori, in particolare il recettore CRHR1, rinvenuto nella neocorteccia, nell’amigdala basolaterale e nell’ippocampo.

La via di trasmissione del segnale attivata da questo recettore contribuisce alla risposta di tipo ansioso agli stimoli.

Bradley et al. (2008), studiando due popolazioni indipendenti, hanno trovato delle variazioni del gene CRHR1 che erano direttamente correlate col rischio di sviluppare depressione negli individui che avevano subito abusi nell’infanzia.

Neuropeptide Y (NPY).

Questa molecola è largamente presente nella neocorteccia e in regioni che regolano lo stress e l’ansia come l’ipotalamo, l’amigdala, l’ippocampo e il locus coeruleus. È assai probabile che all’interno del sistema nervoso centrale abbia un effetto ansiolitico, contrastando gli effetti del CRH, il quale ha invece un effetto ansiogeno.

Un gran numero di studi indicano una correlazione positiva tra resilienza e livelli di NPY: per esempio, si è visto che i livelli di questo neuropeptide erano più elevati nei veterani di guerra che non avevano manifestato un disturbo post-traumatico da stress, rispetto a chi lo aveva (Yehuda et al. 2006).

Sistema dopaminergico.

La dopamina è un neurotrasmettitore del gruppo delle catecolamine, che derivano tutte dall’amminoacido tirosina.

La dopamina è la molecola di segnale impiegata nel circuito mesolimbico.

Il circuito mesolimbico collega una piccola regione del tronco encefalico detta area tegmentale ventrale (VTA) al nucleus accumbens, una struttura situata alla base del cervello in prossimità del setto pellucido; altre strutture innervate dalla VTA comprendono l’amigdala, l’ippocampo e la parte mediale della corteccia prefrontale.

Tale collegamento nervoso è anche detto circuito della ricompensa, perché si attiva nelle situazioni gratificanti, quando un nostro comportamento ha dei risvolti positivi; ed è anche responsabile della motivazione, perché la sensazione di benessere provata è un incentivo a ripetere un certo comportamento.

Per esempio, prendere il massimo dei voti in un esame per il quale abbiamo dato il massimo ci darà la motivazione per continuare a dare il massimo.Oppure: se comportandoci correttamente facciamo avvicinare delle persone conquistando la loro fiducia saremo portati a comportarci sempre bene.

Secondo Charney (2004) il potenziamento del circuito dopaminergico mesolimbico contribuisce a determinare la resilienza.

Alcuni studi evidenziano che pazienti affetti da depressione e PTSD mostrano una ridotta risposta alle ricompense da parte di regioni cerebrali come il nucleus accumbens (Sailer et al. 2008; Pizzagalli et al. 2009).

La dopamina è il neurotrasmettitore impiegato in un altro importante circuito nervoso, il circuito mesocorticale, il quale è importante per:

  • il controllo dei comportamenti in modo da selezionare quello appropriato per il raggiungimento di un obiettivo;
  • la motivazione;
  • il controllo di emozioni e sentimenti.

Il circuito mesocorticale collega la VTA alla corteccia prefrontale.

La corteccia prefrontale fa parte della neocorteccia, così chiamata perché più recente dal punto di vista evolutivo. Situata nella parte anteriore del lobo frontale, nel cervello umano è notevolmente sviluppata, dato che è responsabile di funzioni cognitive superiori come:

  • la capacità di prevedere le conseguenze di un’azione e decidere di conseguenza
  • agire per raggiungere uno scopo
  • formulare pensieri astratti, cioè, partendo da informazioni reali e concrete ragionare per giungere a delle conclusioni generali
  • la capacità di conservare un comportamento sociale adatto alle circostanze.
La corteccia prefrontale è presente in entrambi gli emisferi destro e sinistro, ma svolge compiti diversi. La corteccia prefrontale destra risulta particolarmente attiva negli stati di paura, siano essi determinati da situazioni reali o immaginarie.

Sistema noradrenergico.

La noradrenalina è un neurotrasmettitore facente parte anch’esso delle catecolamine. All’interno del sistema nervoso centrale, la maggior parte dei neuroni che rilasciano noradrenalina sono raggruppati nel locus coeruleus, una macchiolina azzurra situata nel tronco encefalico in corrispondenza del pavimento del IV ventricolo.

Il tronco encefalico è una struttura che poggia in parte sulla base della cavità cranica. È lungo una decina di centimetri, nondimeno ha un’importanza cruciale per la regolazione delle funzioni vitali (il respiro, il battito cardiaco, la coscienza e così via) grazie ai suoi collegamenti con il cervello, il cervelletto e il midollo spinale.

La trasmissione noradrenergica è coinvolta nel controllo dell’umore. Una sua iperreattività può essere responsabile dell’ansia protratta e del sentimento di paura (Feder et al. 2009): questo perché uno stress acuto attiva anche il locus coeruleus, il quale a sua volta invia segnali all’ipotalamo, all’amigdala, all’ippocampo e alla corteccia prefrontale, condizionando il comportamento e le risposte allo stress.

Onur e collaboratori (2009) hanno ipotizzato che la disinibizione del sistema locus coeruleus-noradrenalina possa contribuire alla genesi del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) potenziando la risposta dell’amigdala basolaterale agli stimoli che provocano paura.

L’enzima COMT (catecol-O-metiltransferasi) è deputato al metabolismo delle catecolamine come la noradrenalina e la dopamina.È stata riscontrata una variazione del gene COMT - chiamata Val158Met - collegata ad un deficit della risposta allo stress e ad una insufficiente resilienza emotiva; inoltre influenzava il rischio di sviluppare un PTSD (Heinz & Smolka, 2006; Skelton et al. 2012).

Sistema serotoninergico.

La serotonina (5-HT) è un neurotrasmettitore derivante dall’amminoacido triptofano. Questa molecola è molto antica dal punto di vista evolutivo. Nel sistema nervoso centrale, i neuroni che la producono si trovano sulla linea mediana del tronco encefalico a formare i nuclei del rafe. I nuclei del rafe, a loro volta, inviano segnali alla corteccia prefrontale, all’amigdala, all’ippocampo, al nucleus accumbens e all’ipotalamo: la serotonina svolge un ruolo di primo piano nel controllo

  • del tono dell’umore
  • della motivazione e della gratificazione
  • della memoria e dell’apprendimento
  • dell’ansia, dell’aggressività, della paura
  • delle risposte allo stress - attraverso l’innervazione dei neuroni ipotalamici che producono il CRH, ormone dell’asse HPA.

Feder et al. (2009) hanno osservato come nello stress acuto aumenti il turnover della serotonina, ossia il ricambio delle molecole di neurotrasmettitore, in parti del cervello come l’amigdala, l’ipotalamo, il nucleus accumbens e la corteccia prefrontale.

La serotonina è in grado di evocare effetti variegati e anche in contrapposizione tra loro grazie al grande numero di recettori ai quali può legarsi.

Ne nominiamo solo due, il 5-HT1A e il 5-HT2A.

  • L’attivazione del recettore 5-HT1A ha un effetto ansiolitico. Alcuni studi di imaging cerebrale (non invasivi) condotti su persone hanno mostrato un ridotto legame del neurotrasmettitore e funzionamento di tale recettore a livello dell’amigdala e dei nuclei del rafe in pazienti con disturbo d’ansia, rispetto ai controlli -coloro che non presentavano il disturbo - (Akimova et al. 2009);
  • l’attivazione del recettore 5-HT2A si pensa abbia, invece, un effetto ansiogenico.

Fattore neurotrofico cerebrale (BDNF).

Il BDNF lo ritroviamo espresso in numerose regioni cerebrali, tra cui le aree da noi nominate in precedenza.

Trattandosi di un fattore neurotrofico, la presenza del BDNF è cruciale:

  • durante lo sviluppo, dato che promuove la proliferazione delle cellule nervose e il loro differenziamento in varie specie neuronali (esistono molti tipi di neuroni!)
  • nella vita adulta, poiché promuove la sopravvivenza e il funzionamento dei neuroni.

Questo fattore è coinvolto nei disturbi d’ansia e dell’umore.

È stato visto che l'espressione del BDNF nell'ippocampo ha un'importanza critica nel rendere possibile l'adattamento e la resilienza di fronte a uno stress cronico (Taliaz et al. 2011). Sia nei modelli animali sottoposti a stress che in persone depresse suicidatesi era presente una down-regulation del BDNF nell'ippocampo, cioè una riduzione dell’espressione del BDNF (Duman & Monteggia, 2006; Duman, 2009).

Siamo arrivati alla fine.

La resilienza non è uno stato momentaneo, ma un processo di lotta e di crescita che dura tutta la vita.

Ognuno può diventare resiliente, se è disposto a sostituire l’autocommiserazione con la volontà di farcela, la disperazione con l’ottimismo.

Non è semplice, ma vale la pena di trovare una strategia di adattamento personale.

Le ricerche sul fronte neurobiologico porteranno con il tempo a una migliore comprensione di come è fatta la nostra mente e di come possiamo proteggere le persone più vulnerabili.

Supervisione: Maria Grazia Cariello - Collaboratori:Giada Zanza laureanda in Medicina e Chirurgia

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"Resilienza: cos’è? Caratteristiche e test per la resistenza psicologica"

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