Punture di insetti: come riconoscerle? Sintomi, cure e rimedi naturali.

Particolarmente frequenti nei mesi estivi, le punture d’insetto possono essere fonte di notevoli disagi, soprattutto quando ad esserne colpite sono persone allergiche. Cerchiamo di capire come riconoscerle, e quali sono le cure ed i rimedi naturali per trattarle.

Punture di insetti: come riconoscerle? Sintomi, cure e rimedi naturali

    Indice Articolo:

  1. Cosa sono?
  2. Sintomi
  3. Quando preoccuparsi?
  4. Cure
    1. Prevenzione
    2. Rimedi naturali
    3. Farmaci  
  5. Approfondimenti

Punture di insetti: di cosa si tratta?

Le punture rappresentano la conseguenza di un meccanismo difensivo e/o offensivo attuato, principalmente, da insetti appartenenti a tre famiglie (Apidae, Vespidae, Formicidae), attraverso la penetrazione di un aculeo, o pungiglione.

Non devono essere confuse coi “morsi”, sebbene - nel linguaggio comune - i due termini vengano usati come sinonimi.

I morsi, infatti, sono tipici di insetti (come zanzare, tafani, pulci, cimici) e aracnidi (come ragni e zecche) che si nutrono di sangue, e mordono la cute del malcapitato con un apparato simile ad una bocca.

Che si tratti di puntura o che si tratti di morso, il risultato é l’inoculazione di un mix di molecole in grado di scatenare l’infiammazione e, nei casi più gravi, una vera e propria reazione immunitaria.

 

Sintomi: come riconoscerle?

 

I sintomi derivanti dalla puntura, o dal morso, sono molto variabili e dipendono, fondamentalmente, da due varianti:

  • Tipologia d’insetto (o aracnide) con cui si é venuti a contatto. Il morso di una zanzara, per esempio, non è uguale alla puntura di una vespa.

  • Sensibilità individuale. Esistono persone più sensibili rispetto alle altre, ovvero che posseggono una soglia di degranulazione dei mastociti più bassa, tale per cui si verificano eventi avversi anche con dosi pressoché innocue per altre persone.

I mastociti sono cellule localizzate soprattutto lungo le pareti dei vasi sanguigni. Stimoli di varia natura (tra cui, appunto, le sostanze contenute nella saliva o nel veleno degli insetti) possono indurne la degranulazione, ovvero il rilascio di mediatori dell’infiammazione (come l’istamina ed enzimi vari) formata da granuli, che fungono da deposito.

Ma vediamo le principali tipologie di reazioni e i sintomi ad esse correlati.

Reazioni locali

Come dice il nome stesso, si tratta di reazioni che interessano la cute. Possiamo dividerle in:

  • Lievi-moderate. Si tratta delle reazioni più comuni, caratterizzate dalla formazione dei così detti pomfi in corrispondenza del sito d’inoculazione, che appaiono come macchie rilevate di colore rossastro.

I pomfi sono lesioni rotondeggianti, con un diametro che varia - nei casi lievi e moderati - da qualche millimetro a 1-2cm. L’area colpita presenta i classici segni dell’infiammazione acuta, ovvero:

  • Eritema. E’ dovuto alla dilatazione dei capillari cutanei in seguito all’azione dell’istamina, o di altre molecole, contenute nelle secrezioni dell’insetto. Si ha quindi un richiamo di sangue che determina l’arrossamento della cute intorno al sito d’inoculazione.

  • Aumento di temperatura. Sempre come conseguenza della vasodilatazione, l’area é più calda rispetto alla cute circostante.

  • Edema. Molecole come l’istamina sono in grado di aumentare la permeabilità dei capillari, con conseguente fuoriuscita del plasma e suo accumulo negli spazi interstiziali; ciò determina il rigonfiamento dell’area interessata.

  • Prurito e/o dolore, a volte molto intenso. Nascono come conseguenza della stimolazione delle vie pruricettive e nocicettive, da parte di sostanze contenute nelle secrezioni o prodotte dall’attivazione delle cellule infiammatorie.

  • Estese. Si verificano in persone più sensibili, non necessariamente allergiche. Si possono manifestare come:

    • Pomfi di dimensioni più grandi del comune (fino a 10-20cm), in corrispondenza del sito d’inoculazione;

    • Orticaria. Si tratta di una patologia cutanea caratterizzata dalla comparsa di numerosi pomfi (di dimensioni variabili), anche a distanza del sito d’inoculazione..

    • Orticaria papulosa o strofulo infantile. Si tratta di una dermatosi, diffusa soprattutto tra i bambini, che si manifesta in modo differente dalla comune orticaria. In questo caso, si ha la comparsa di papule eritematose (quindi non pomfi), con un puntino giallo nella parte centrale, pruriginose e localizzate soprattutto nel tronco e nelle cosce. Nei casi più gravi, possono formarsi delle vere e proprie bolle piene di liquido sieroso. L’orticaria papulosa può complicarsi e portare alla così detta prurigo nodulare, caratterizzata da papule cheratosiche (le papule si ispessiscono).

Il prurito può essere talmente intenso (soprattutto nelle ore serali, in cui si ha il picco massimo d’istamina) da provocare lesioni da sfregamento e portare all’impetigine, un’infezione causata da batteri piogeni come strepto e stafilococchi, caratterizzata dalla comparsa di pustole (bollicine piene di pus), in corrispondenza della puntura, e febbre.


  • Sistemiche. Le reazioni sistemiche sono caratterizzate da sintomi che interessano, oltre la cute, anche altri organi. Si tratta di reazioni severe, alcune delle quali fatali.Tra queste abbiamo:

    • Reazioni anafilattoidi. Si tratta di reazioni immunologiche (non mediate da anticorpi IgE) o non immunologiche, tra cui angina pectoris ed infarto, glomerulonefrite (infiammazione dei glomeruli renali), neuriti (infiammazioni a carico dei nervi), etc.

  • Reazioni anafilattiche. Si tratta di reazioni immunitarie che, se non trattate in maniera adeguata, possono avere esito fatale. Vediamole in dettaglio.

 

Quando preoccuparsi di una puntura? Le reazioni anafilattiche.

 

L’anafilassi é una reazione immunitaria che si manifesta in individui sensibilizzati. Si tratta di persone già venute a contatto con l’antigene (ovvero la sostanza che provoca la reazione), nelle quali ha stimolato la produzione di anticorpi (IgE).

Sebbene qualsiasi componente del veleno (o della saliva) rappresenti un possibile allergene, il rischio più alto di anafilassi é associato ai componenti del veleno di api, vespe e calabroni. Tra questi:

  • Antigeni maggiori. Si tratta di macromolecole ad alto potere allergenico, come gli enzimi. Tra questi:

    • Fosfolipasi: si tratta di enzimi che degradano i fosfolipidi delle membrane cellulari, con conseguente mobilitazione dell’acido arachidonico. Quest’ultimo rappresenta il precursore di molecole infiammatorie come prostaglandine e leucotrieni;

    • Ialuronidasi: sono enzimi che, degradando l’acido ialuronico, facilitano la diffusione del veleno.

  • Antigeni minori. Tra questi abbiamo peptidi come la mellitina, che rappresenta il 50% in peso del veleno d’ape. La mellitina provoca:

    • Dolore;

    • Emolisi (il disfacimento delle membrane dei globuli rossi);

    • Lisi dei globuli bianchi.

Le IgE così formate si legano alla superficie dei mastociti e vi rimangono fino a quando non si ha una seconda esposizione all’antigene. Il legame dell’antigene alle IgE attiva i mastociti, che rilasciano una serie di mediatori (istamina, prostaglandine, leucotrieni, PAF) responsabili dei sintomi caratteristici dell’anafilassi.

La comparsa dei sintomi avviene, in genere, entro 5’-6’ dalla puntura; tuttavia, vi sono dei casi in cui può avvenire a distanza di ore o giorni (fino a due settimane). Vi é, inoltre, la possibilità che si manifesti una reazione bifasica: si ha la comparsa dei sintomi, seguita dalla remissione degli stessi e alla ricomparsa dopo diverse ore (4-24).

Classificazione dell’anafilassi

La classificazione più recente delle reazioni anafilattiche tiene conto dei sintomi in base al coinvolgimento dei diversi apparati. Si distinguono:

Reazioni di 1° grado. I sintomi riguardano soprattutto la cute e comprendono:

    1. Arrossamento e aumento della temperatura, dovuti alla dilatazione dei capillari cutanei;

    2. Prurito diffuso, dovuto alla stimolazione delle fibre nervose di tipo C, soprattutto a livello di mani, piedi, lingua, gola;

    3. Rash generalizzato, ovvero la comparsa di esantema (vescicole e bolle che tendono a rivestirsi di croste);

    4. Sindrome da orticaria-angioedema. Abbiamo già visto che l’orticaria consiste nella comparsa di pomfi in regioni più o meno estese dell’epidermide; quando l’edema si estende anche agli strati più profondi, si parla di angioedema. Quindi vi può essere un rigonfiamento nella regione perioculare e periorale, nel dorso di mani e piedi, nei genitali e nelle mucose.

    5. Rinite (il così detto “naso che cola”), in quanto si ha un aumento delle secrezioni di muco.

    6. Sensazione di malessere generale.

Reazioni di 2° grado. Si verificano sintomi di importanza moderata, dovuti al coinvolgimento di diversi apparati:

    1. Dispnea (ovvero difficoltà respiratorie), tosse, raucedine, difficoltà a parlare e a deglutire. Questi sintomi sono dovuti alla contrazione del muscolo liscio dell’albero bronchiale e all’edema della glottide, uno spazio localizzato nella laringe, tra le corde vocali.

    2. Crampi, nausea, vomito e diarrea, dovuti alla contrazione della muscolatura del tratto digerente.

    3. Tachicardia e ipotensione, quest’ultima dovuta alla fuoriuscita del plasma dal letto vascolare.

    4. Sintomi centrali, quali debolezza, confusione e vertigini (queste ultime dovute all’ipotensione).

Reazioni di 3° grado. Si tratta del così detto shock anafilattico, in cui si ha perdita di conoscenza.

Lo shock evolve in tre fasi.

  1. Fase di compensazione. Durante questa fase, l’organismo attua dei meccanismi compensatori al fine di contrastare l’ipotensione, conseguente alla riduzione del volume ematico. Tra questi abbiamo:

    1. Un aumento del rilascio di catecolamine (adrenalina e noradrenalina), con conseguente aumento dell’attività cardiaca e delle resistenze vascolari;

    2. Attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone, attraverso il quale si ha un aumento pressorio;

    3. Rilascio dell’ormone antidiuretico, al fine di ridurre la perdita di fluidi che peggiorerebbe l’ipotensione.

    4. Il paziente é tachicardico (il battito é rapido ma comunque debole), suda e appare pallido e freddo (come conseguenza della costrizione dei capillari cutanei). Vi é, inoltre, ritenzione renale di liquidi.

  • Fase di progressione.I meccanismi compensatori non sono più in grado di assicurare la perfusione ematica agli organi, che si trovano in ipossia (una condizione caratterizzata da scarsità di ossigeno). Ciò porta a:
    • Acidosi lattica. ovvero la riduzione del pH a causa dell’accumulo di acido lattico, una scoria derivante dal metabolismoanaerobio (che avviene in assenza di ossigeno).
    • CID o coagulazione intravascolare disseminata. L’accumulo di sangue nel microcircolo (dovuto sia ad un aumento della viscosità, sia ad un’alterata funzionalità delle cellule endoteliali) pone le basi per la formazione di coaguli di sangue (disseminati lungo i vasi di piccolo calibro) che contribuiscono a peggiorare il danno tissutale attraverso l’instaurarsi di una condizione di ischemia (niente ossigeno e nutrienti ai tessuti).
  • Fase irreversibile.La mancanza di un trattamento farmacologico porta inevitabilmente a questa fase, caratterizzata da:
    • Rilascio di enzimi lisosomiali, che aggravano il danno tissutale;
    • Rilascio di MDF, ovvero un fattore che deprime l’attività del muscolo cardiaco;
    • Anuria, ovvero non vengono escrete le urine.
    • Coma.

 

Reazioni di 4° grado: arresto cardio-respiratorio.

Trattamento delle punture d’insetto.

Ora che abbiamo esaminato i possibili effetti delle punture d’insetto, cerchiamo di capire in che modo ridurne il rischio e come comportarsi quando ciò avviene. I trattamenti possono essere classificati in due gruppi principali, quello preventivo (che prevede l’adozione di abitudini atte a ridurre il contatto con gli insetti) e quello sintomatico. In quest’ultimo caso, i rimedi utilizzati sono strettamente dipendenti dal tipo di reazione scatenata. Vediamoli nel dettaglio.

Prevenzione.

L’adozione di misure preventive é fondamentale per ridurre al minimo il rischio di puntura, soprattutto per le persone allergiche e per i bambini molto piccoli (che non hanno ancora sviluppato le difese per proteggersi dalla saliva o dal veleno). Il periodo dell’anno più critico é rappresentato dall’estate, sia perché é la stagione riproduttiva degli insetti (quindi abbiamo più possibilità di incontrarli), sia perché il caldo aumenta la sudorazione (il sudore attira gli insetti come le zanzare) costringendoci ad esporre aree cutanee maggiori. Ma vediamo in che modo possiamo difenderci.

Per quanto riguarda gli ambienti domestici:

  • Utilizzare zanzariere;

  • Utilizzare prodotti repellenti, come spray ed elettroemanatori, seguendo le indicazioni contenute nella scheda tecnica del prodotto (onde evitare effetti avversi anche molto gravi). In particolare, esistono dei prodotti a base di permetrina da spruzzare sui vestiti, sulle scarpe, sulle zanzariere e sulle tende (anche da campeggio);

  • Se sono presenti piante, provvedere alla rimozione dell’acqua accumulatasi nei sottovasi (in quanto le zanzare vi depositano le larve);

  • Qualora si avvistino dei nidi (le vespe sono solite costruirli negli angoli dei muri) rivolgersi a chi di dovere per la rimozione;

  • Se si ha un giardino, tosare regolarmente l’erba. Se vi sono fontanelle, un consiglio utile é quello di introdurvi dei pesci rossi, che si nutrono delle larve d’insetto

Per quanto riguarda la persona:

  • Esistono insetto-repellenti a base di molecole naturali (come gli oli essenziali di citronella, geranio, melissa) o sintetiche (come la dietiltoluamide), da applicare sottoforma di spray. Nei bambini al di sotto dei 2 anni si sconsiglia l’uso anche di quelli naturali, in quanto vi é la possibilità che si portino le mani alla bocca e che ingeriscano il prodotto.

  • Evitare l’uso di cosmetici molto profumati, che attraggono gli insetti.

Se si svolgono attività all’aria aperta:

  • Prestare attenzione se ci si trova in vicinanza di aree cespugliose, nei frutteti o nei vigneti (il profumo dolciastro della frutta attira diversi tipi d’insetto, tra cui vespe e api). Se proprio si é costretti a stare in queste zone (nel caso degli agricoltori, per esempio), indossare maglie a manica lunga e pantaloni lunghi.

  • Non sostare vicino a pozze d’acqua stagnante, ove vi é la possibilità d’incontrare soprattutto zanzare e tafani;

  • Mai camminare scalzi, per evitare di calpestare insetti che volano vicino ai fiori;

  • Se si avvistano alveari, starne alla larga soprattutto in caso di cattivo tempo (le api diventano particolarmente aggressive);

  • Se si viene circondati da uno sciame cercare di allontanarsi lentamente, senza agitare le braccia, per evitare di spaventare gli insetti;

  • Proteggersi adeguatamente se si ha intenzione di praticare sport all’aria aperta (il sudore e la CO2 emessa attirano gli insetti);

  • Attenzione anche a quando si fanno degli spuntini all’aria aperta: il profumo attrae soprattutto vespe e api;

  • Le persone allergiche devono essere munite di un kit di pronto soccorso, contenente una fiala autoiniettabile di adrenalina, il cui contenuto deve essere controllato ogni 15 giorni in modo da accertarsi che non vi siano cambiamenti cromatici; inoltre, é bene che nei documenti sia presente un cartellino nel quale si indica che si é allergici al veleno d’insetto (per avvertire i soccorritori in caso di malessere).

  • Quando si viaggia in auto, tenere i finestrini chiusi per evitare l’entrata di insetti quali api e vespe;

  • Indossare tuta e casco integrale se si é in moto.

Rimedi naturali post-puntura.

Le reazioni cutanee di grado lieve possono essere trattate con prodotti di origine naturale, come gli oli essenziali e le formulazioni in gel a base di aloe. Vediamoli.

Oli essenziali: sono miscele di molecole lipofile (affini ai lipidi) e molto volatili;

Approfondisci le proprietà degli oli essenziali

Tra quelli utilizzati per lenire i pomfi abbiamo:

  • Essenza di camomilla, che deve le sue proprietà lenitive al contenuto di α-bisabololo e camazulene (Ammon et al., 1996; Tomic et al., 2014);

In commercio, esistono delle formulazioni in crema, adatte anche ai più piccoli, che associa l’azione lenitiva dell’α-bisabololo a quella degli estratti di avena, ricchi in aventramidi.

  • Essenza di calendula, che deve le sue proprietà lenitive e cicatrizzanti al contenuto in terpenoidi (Della, 1990; Della et al., 1993);

  • Essenza di lavanda, che é in grado di attenuare l’infiammazione (Hajhashemi et al., 2003), probabilmente grazie al contenuto di linalolo e acetato di linalile.

Gli oli essenziali dovrebbero essere diluiti in un veicolo oleoso (come l’olio di mandorle dolci), onde ridurre il rischio di allergie. Dopo aver disinfettato il pomfo, lo si può tamponare con un batuffolo di cotone imbevuto di olio di mandorle miscelato a qualche goccia di essenza.

Avvertenze:

  • L’essenza di calendula può aumentare la sensibilità della cute alle radiazioni solari, quindi evitare l’esposizione dell’area trattata;

  • L’essenza di camomilla e di calendula non devono essere utilizzate in caso di allergia alle Compositae, la famiglia cui appartengono queste due erbe;

  • L’essenza di lavanda non dovrebbe essere utilizzata nei bambini al di sotto dei 3 anni e nei pazienti asmatici, in quanto aumenta il rischio di crisi respiratorie a causa del contenuto in canfora.

Aloe gel. Si tratta delle mucillagini estratte dalle foglie dell’Aloe vera, che hanno mostrato proprietà lenitive e cicatrizzanti grazie al contenuto di glicoproteine (come l’alactoina A, che riduce la produzione di leucotrieni), il magnesio lattato (che riduce il rilascio d’istamina) ed enzimi antinfiammatori, come le bradichininasi (Fitoterapia - A.M. Bianchi).

Applicare il gel, secondo bisogno, dopo aver disinfettato l’area.

Sebbene il gel si sia dimostrato sicuro, utilizzarlo solo dopo il consenso medico in gravidanza, durante l’allattamento e nell’infanzia.

Rimedi della nonna per i morsi d’insetto.

Qui di seguito, riportiamo un elenco di rimedi che, secondo le tradizioni popolari, sono utili nel lenire il prurito causato dalle punture o dai morsi d’insetto.

  • Strofinare il pomfo con una fettina di patata. Sebbene sia un rimedio casalingo, il metodo può dare veramente sollievo grazie al contenuto in amido.

  • Strofinare il pomfo con una fetta di cipolla o con dell’aglio;

  • Versare del succo di limone;

  • Applicare una pasta ottenuta aggiungendo un po’ d’acqua a del bicarbonato di sodio;

  • Immergere il pomfo in acqua salata;

  • Applicare del miele.

Trattamento farmacologico.

Il trattamento farmacologico é strettamente dipendente dal tipo di reazione provocata dalla puntura. Parleremo, quindi, della terapia delle reazioni locali (lievi-moderate ed estese) e quella per le reazioni sistemiche, in particolar modo l’anafilassi.

Terapia delle reazioni locali lievi-moderate

Prima di procedere all’utilizzo del farmaco, é fondamentale l’adozione di alcuni accorgimenti. Vediamo quali.

  • Nel caso si tratti di una puntura d’ape, o del morso di zecca, é fondamentale rimuovere la fonte di antigeni: il pungiglione nel primo caso, il corpo intero della zecca, nel secondo.

Rimozione del pungiglione

Il pungiglione dell’ape, contrariamente a quello di vespe e calabroni, rimane incastrato nella cute a causa della sua struttura “a seghetto”. E’ fondamentale che la rimozione dell’aculeo avvenga nel minor tempo possibile (massimo una ventina di secondi), per porre fine al rilascio del veleno. Una delle strategie più utilizzate è quella di estrarre il pungiglione con pinzette dotate di punta sottile (sterilizzate con alcool o alla fiamma), facendo attenzione a non comprimere la sacca velenifera.

Rimozione delle zecche

Le metodiche utilizzate sono diverse ma tutte puntano a rimuovere la zecca facendo attenzione che la bocca non rimanga attaccata alla cute (per evitare che si sviluppi un’infezione) o che la zecca non venga spremuta nella pancia (con conseguente rigurgito del contenuto nella cute).

Si può procedere con l’uso di un paio di pinzette con le punte sottili, con le quali dobbiamo stringere la testa dell’aracnide (per fare ciò, collochiamole il più vicino possibile alla cute); quindi tiriamo verso l’alto con un colpo secco e deciso.

 

  • Quindi, si procede alla detersione della cute con acqua e sapone (per ridurre il rischio d’infezione).

  • Si applica del ghiaccio per circa 15’: le basse temperature determinano costrizione dei capillari cutanei e impediscono, in questo modo, al veleno o alla saliva di diffondersi. Il ghiaccio dev’essere avvolto in una garza di cotone, in quanto le temperature molto basse potrebbero lesionare la cute.

  • A questo punto, si può procedere all’applicazione di una pomata a base di corticosteroidi (come l’idrocortisone acetato allo 0,5%, che si può acquistare senza obbligo di prescrizione) o antistaminici (come la prometazina al 2%, anch’essa vendibile senza obbligo di prescrizione).

I corticosteroidi sono farmaci in grado di ridurre la produzione di mediatori dell’infiammazione (prostaglandine e leucotrieni) inibendo l’enzima fosfolipasi A2.

Gli antistaminici, invece, inibiscono solo l’occupazione recettoriale da parte dell’istamina.

 

  • Nel caso in cui le lesioni prendano infezione (o siano a rischio), il medico può prescrivere una pomata antinfiammatoria e antibiotica (per esempio l’associazione gentamicina e betametasone).

Avvertenze: ricordiamo che l’uso di questi farmaci dovrebbe avvenire lontano dall’esposizione solare, in quanto aumentano la sensibilità cutanea alle radiazioni con conseguente formazione di macchie ed eritemi.

Terapia delle reazioni locali estese

E’ necessario monitorare il paziente in modo da escludere l’esordio di una reazione anafilattica. Se la reazione continua ad interessare solo la cute, il medico prescriverà una terapia orale a base di corticosteroidi (come il prednisone) o antistaminici (come la desloratadina).

Trattamento delle reazioni anafilattiche

Il trattamento delle reazioni anafilattiche può essere preventivo, rappresentato dall’immunoterapia, o curativo, rappresentato dal trattamento farmacologico vero e proprio.

Immunoterapia

L’immunoterapia rappresenta l’unico trattamento in grado di proteggere i soggetti a rischio di anafilassi: si stima, infatti, che risulti efficace nel 95-98% dei casi.

Naturalmente, non tutti possono sottoporsi a questo trattamento. La valutazione dell’idoneità viene effettuata da un allergologo, all’interno di una struttura specializzata.

  • Come prima cosa, l’allergologo effettua l’anamnesi, ovvero raccoglie le informazioni relative al paziente (stile di vita, patologie pregresse o in atto, farmaci utilizzati). Per quanto riguarda i farmaci, i pazienti a rischio di anafilassi dovrebbero evitare l’uso dei β-bloccanti e degli ACE-inibitori.

In caso di reazione anafilattica:

I β-bloccanti occupano i recettori per l’adrenalina localizzati nel cuore e nei bronchi, impedendole di contrastare la reazione;

Gli ACE inibitori:

Inibiscono la produzione dell’Angiotensina II, un peptide in grado di aumentare le resistenze vascolari e, quindi, aumentare la pressione. Ricordiamo, che lo shock é causato da un calo pressorio improvviso: la produzione di angiotensina II fa parte dei meccanismi compensatori.

Portano all’accumulo di bradichinina e al peggioramento dell’edema della glottide.

  • Quindi, procederà all’esame obiettivo della cute per valutare la presenza di pomfi o altre lesioni;

  • A questo punto vengono effettuati i prick test, che consentono di valutare le reazioni del paziente in seguito all’inoculazione di piccole dosi di diversi veleni. E’ fondamentale che i prick test vengano effettuati in strutture specializzate, in modo da poter intervenire tempestivamente in caso di anafilassi;

  • Si procede con un prelievo ematico e con l’esame degli anticorpi verso un determinato tipo di veleno;

  • In caso di puntura, l’allergologo prescriverà la terapia e darà informazioni su come cercare di prevenirle.

Una volta stabilito il responsabile della reazione, il medico somministrerà dosi via via crescenti di veleno in modo da stimolare gradualmente le difese immunitarie dell’organismo. Esistono diversi protocolli; tra questi, uno dei più utilizzati é il protocollo rush.

Nel protocollo rush, si iniettano - nello stesso giorno - diverse dosi crescenti sottocute del veleno, in modo che la dose di mantenimento venga raggiunta nel giro di 3-5 giorni.

La dose di mantenimento è, in genere, di 100microgrammi; negli apicoltori (soggetti più a rischio) può arrivare a 200microgrammi.

Una volta raggiunta la dose di mantenimento, questa viene ripetuta:

  • Ogni 4 settimane nel primo anno;

  • Ogni 6-8 settimane nei 5 anni successivi.

Una variante del protocollo rush è l’ultrarush, attraverso il quale la dose di mantenimento viene raggiunta in un solo giorno.

Ma chi sono le persone per le quali è necessaria l’immunoterapia?

  • Persone colpite da una reazione anafilattica documentata, potenzialmente mortale;

  • Persone non necessariamente allergiche come apicoltori e agricoltori che, per via del loro mestiere, vengono facilmente a contatto con api, vespe e altri imenotteri; uno shock anafilattico può verificarsi, infatti, anche nei non allergici in seguito ad un numero di punture elevato (come accade quando si viene attaccati da uno sciame).

  • Figli di persone esposte (apicoltori e agricoltori) che abbiano sviluppato anche solo una reazione sistemica non grave;

  • Cardiopatici che abbiano avuto una reazione sistemica.

L’immunoterapia è sicura?

Gli effetti avversi più comuni sono reazioni locali in corrispondenza del sito d’iniezione. Le reazioni sistemiche si verificano in meno del 5% dei casi ma, in ogni caso, sono gestibili e non mortali.

Ci sono controindicazioni?

La gravidanza è una controindicazione relativa e sta al medico decidere se la paziente può iniziare o proseguire il trattamento in caso di gestazione.

Gestione farmacologica dell’anafilassi

Finora abbiamo parlato di come prevenire il rischio di anafilassi, grazie all’immunoterapia. Ma come ci si comporta quando una persona allergica viene punta, o morsa, da un insetto? Possiamo trovarci in due possibili situazioni:

  1. La persona sa di essere allergica. In questo caso, il paziente avrà con sé il kit di pronto soccorso (Fastject), prescritto dal medico, e dovrà usarlo appena inizia ad avvertire sintomi come prurito (alle mani, ai piedi, alla lingua, alla gola), sensazione di bruciore, difficoltà a parlare e deglutire, difficoltà respiratorie, etc.

Come abbiamo già anticipato, il kit contiene una fiala di adrenalina stabilizzata in modo da resistere al calore. Ricordiamo, in ogni caso, che la conservazione deve avvenire a temperature inferiori ai 25°C, quindi non deve essere lasciata in macchina al sole.

In commercio, esistono due formulazioni:

  • 330 microgrammi/0,30ml, per persone sopra i 30Kg;

  • 165 microgrammi/0,30ml, per persone sotto i 30Kg.

Il paziente dovrà essere istruito in maniera adeguata sull’uso del kit. Vediamo come funziona.

  • L’iniettore è inserito all’interno del tubo di protezione, quindi la prima cosa da fare è sfilarlo. Esso presenta due estremità: una dotata di un tappo di sicurezza grigio, l’altra è l’estremità da cui fuoriuscirà l’ago, in plastica nera.

  • Il paziente dovrà impugnare l’iniettore in prossimità del tappo grigio, facendo attenzione a non toccare l’estremità opposta; quindi, con la mano libera dovrà rimuovere il tappo.

  • A questo punto si può procedere con l’iniezione che, in caso di emergenza, può essere eseguita anche con i vestiti.

  • Distendere il braccio lungo il fianco; l’estremità da cui fuoriuscirà l’ago deve essere rivolta verso il lato esterno della coscia e deve essere posizionata in modo da formare un angolo di 90°.

  • A questo punto, premere con forza l’iniettore sulla pelle fino a sentire un click, che sta ad indicare la penetrazione dell’ago nella cute.

  • Aspettare almeno 10 secondi prima di rimuovere l’ago (per far si che che venga iniettata la dose utile);

  • Una volta rimosso l’ago, può essere presente un residuo. Ciò non deve rappresentare motivo di preoccupazione, dal momento che la fiala contiene una quantità di soluzione in eccesso.

L’adrenalina è in grado di bloccare, in maniera rapida, la broncocostrizione (per azione sui recettori β2) e la vasodilatazione periferica (per azione sui recettori α1).

Una volta eseguita l’iniezione, il paziente dovrà recarsi in ospedale o contattare il 118, in quanto l’adrenalina ha un’azione breve e potrebbero rendersi necessarie ulteriori somministrazioni.

In ospedale, al paziente verrà somministrato un corticosteroide o un antistaminico, per via orale.

E’ stato stimato che l’utilizzo di adrenalina e corticosteroide/antistaminico riduce notevolmente il rischio di reazione bifasica.

Avvertenze: in questi casi, i corticosteroidi e gli antistaminici non vanno mai utilizzati da soli, in quanto agiscono lentamente (1-4 ore).

L’adrenalina è, quindi, fondamentale per il trattamento dell’anafilassi.

L’uso in gravidanza non è documentato (per ovvie ragioni etiche) da studi clinici; occorre valutare, in questo caso, il rapporto rischio/beneficio.

  1. La persona non è a conoscenza della sua allergia, di conseguenza non dispone del Fastject. Come ci si comporta? Innanzitutto, occorre chiamare al più presto il 118. Se il paziente è ancora nelle fasi iniziali, gli si somministra subito l’adrenalina, altrimenti occorrerà attuare delle manovre d’emergenza che consentano di mantenere in vita il paziente prima della somministrazione del farmaco.

Vediamo di cosa si tratta.

  • Il paziente viene disposto in posizione antishock, supino e con le gambe sollevate, in modo da assicurare la perfusione degli organi vitali.

  • Si allontana l’antigene, per esempio il pungiglione dell’ape, in modo che non venga inoculato altro veleno;

  • Si valuta la pervietà delle vie respiratorie. Se il paziente non riesce a respirare da solo lo si intuba e e gli si somministra ossigeno puro. Se l’intubazione non è possibile si procede alla tracheotomia (si pratica un’incisione nella trachea) o alla cricotirotomia (il foro viene praticato, nell’uomo, al di sotto del pomo d’Adamo).

  • Si effettuano delle infusione rapide di soluzioni elettrolitiche (2-4L) o colloidali (0,5-1,5L) per aumentare il volume ematico e contrastare, in tal modo, l’ipotensione.

  • Se c’è arresto cardiaco, si effettua la rianimazione cardiorespiratoria di base.

  • Una volta attuate queste manovre, si procede alla somministrazione endovenosa di adrenalina (0,3-0,5mg) in modo da consentire una rapida ripresa dell’attività cardiaca, della pressione e della funzionalità respiratoria. Se necessario, la somministrazione può essere ripetuta ad intervalli di 5’-10’.

Una volta superata la fase critica, si procede con il trattamento di seconda istanza.

La somministrazione di corticosteroidi o antistaminici è necessaria al fine di ridurre al minimo il rischio di reazione bifasica.

  • La prima scelta ricade sui corticosteroidi (come il metilprednisolone) in quanto, inibendo la produzione dei mediatori coinvolti nell’anafilassi, hanno un effetto più completo. Se il paziente non è ancora in grado di deglutire, si può procedere alla somministrazione endovenosa, in caso contrario a quella orale.

  • Per quanto riguarda gli antistaminici, solitamente si usa un’associazione tra farmaci che inibiscono i recettori H1 (i veri responsabili delle reazioni infiammatorie e allergiche), come la prometazina e quelli che agiscono sui recettori H2 (coinvolti nella regolazione della secrezione gastrica), come la ranitidina. Il motivo risiede nel fatto che nei vasi sono presenti entrambi i sottotipi recettoriali, dunque l’inibizione di entrambi riduce in modo più efficace la risposta all’istamina.

  • Eventualmente, si può somministrare anche un broncodilatatore come il salbutamolo.

Quanto riportato é solo a titolo informativo. Prima di prendere qualsiasi iniziativa, consultate il vostro specialista della salute.

Supervisione: Maria Grazia Cariello Collaboratori:Dott.sa Jessica Zanza ( Farmacista)

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