Perfezionismo patologico: quando la precisione diventa una mania

Qual è il significato della parola perfezionismo? E quando la necessità di precisione diventa patologica, trasformandosi in una mania? Nel linguaggio comune l’aggettivo “perfezionista” si usa sia nella sua accezione positiva che negativa, a seconda del punto di vista di chi lo utilizza. Ma qual è il limite? Queste sono soltanto alcune delle domande che ci poniamo su questa caratteristica, che è in grado sia di farci raggiungere i più alti livelli, sia di impedirci di godere delle nostre meritate soddisfazioni.

    Indice Articolo:
  1. Il perfezionismo.
  2. Sano o patologico?
    1. L’importanza del limite
  3. Perfezionismo e disturbi dell’alimentazione
  4. Cause
  5. Caratteristiche del perfezionista
  6. Consigli utili

Che cos'è il perfezionismo?

La parola perfezionismo ha diversi sinonimi tra cui accuratezza e precisione, ma anche meticolosità e cura che sono sicuramente caratteristiche positive in una persona.

Allo stesso tempo però possiamo trovare anche sinonimi come pedanteria, pignoleria e puntiglio, che invece tendono ad essere visti più come difetti. Il perfezionismo dunque ha diversi gradi ed accezioni e forse sta proprio nel superare un certo limite che si rischia di essere sopraffatti da tutta una serie di conseguenze negative a cui la ricerca ossessiva della perfezione può condurre.

Ma qual è la caratteristica che contraddistingue il perfezionista?

Di sicuro l’imposizione, da parte di sé stesso o degli altri, di dover raggiungere alti standard comportamentali, quasi sempre impossibili.

Ad esempio: “Ho invitato i miei amici a cena a casa mia e voglio fare bella figura con loro, preparando una cena deliziosa”.

Certamente mi impegnerò al massimo perché tutto sia “perfetto”, dalla tavola apparecchiata con cura, all’atmosfera accogliente, al cibo di buona qualità e così via. Avrò perso magari la giornata intera per preparare la cena per i miei ospiti ma solo quando leggerò soddisfazione nei loro occhi, mi sentirò realizzato e sentirò di avercela davvero fatta!

Poniamo invece il caso che, nonostante tutti abbiano trovato la serata gradevole, io abbia comunque visto dei difetti in ciò che ho fatto, ad esempio in alcune pietanze preparate o in certi dettagli che credo di non aver curato a sufficienza.

Certamente l’aver “sprecato” l’intera giornata non mi darà una sensazione positiva, ma sarà soltanto frustrante perché non sarò riuscito a raggiungere il livello che mi ero preposto.

Poniamo l’ipotesi che questo sia il mio comportamento abituale, in uno o più ambiti della mia vita, ed ecco che è facile capire come il mio perfezionismo non sia più positivo, non mi serva a raggiungere i miei risultati con soddisfazione, ma mi porti soltanto ad una frustrazione dietro l’altra perché non riesco mai ad arrivare alla mia idea di eccellenza.

Ecco che il perfezionismo da “positivo” che mi spronava a fare sempre meglio, diventa un attributo negativo che non mi permette mai di avere un senso di autorealizzazione e di godere a pieno sia di ciò che faccio che del risultato finale, qualunque esso sia.

La partita per la persona si gioca tutta sul “dover essere...”, senza rendersi conto che i costanti sacrifici non saranno in grado di condurre alla soddisfazione di sé.

Etimologia della parola “perfetto”.

Etimologicamente la parola “perfetto” deriva dal latino “perficere” che significa fare, effettuare, compiere, portare a termine e perfezionare. Seguendo questa accezione positiva di completamento di ciò che si è iniziato, possiamo riferirci al perfezionista come a colui che aspira a perfezionarsi, nel senso dell’autorealizzazione.

Vediamo però come sia facile cadere nella negatività “quando a ciò nella persona si associano dei meccanismi nevrotici che impediscono spesso all’individuo di attuare cose relativamente semplici, rendendolo narcisista ed eccessivamente autocritico.” (Devoto-Oli).

Il confine tra il perfezionismo sano e quello patologico: una linea non sempre facile da individuare.

Una domanda interessante da porsi è: “Qual è il limite di un perfezionismo cosiddetto “sano”?”. Avendo il termine un’accezione tanto ambigua, qual è il confine che si rischia di valicare passando da un attributo positivo ad una caratteristica patologica?

Gli esseri umani, o almeno molti di loro, tendono naturalmente a dare il meglio di sé con tutto ciò che di positivo ne consegue; la voglia di eccellere, di realizzarsi, insomma di puntare alla vetta della montagna.

Tutto questo rischia però di diventare patologico, di far sviluppare delle vere e proprie manie, quando l’autorealizzazione della persona è compromessa: tanto più ci impegniamo, tanto più riteniamo di non aver fatto abbastanza, tanto più rischiamo di non sentirci mai realizzati.

Se questa catena diventa un circolo vizioso, il punto di rottura si manifesta nella perenne insoddisfazione della persona, a prescindere dal risultato conseguito.

Inoltre, come per qualunque caratteristica umana, il concetto di “normalità” è decisamente relativo; tutto ciò di cui possiamo occuparci e preoccuparci è come ci sentiamo a riguardo: se i nostri comportamenti si mantengono flessibili a seconda delle circostanze e non interferiscono con le possibilità che la vita ci offre, allora sarà probabile che non ci daranno particolari problemi e che gli stati d’animo che proveremo a riguardo saranno positivi.

Ma se l’inflessibilità e la rigidità dei nostri comportamenti tenderanno a compromettere la nostra serenità, è più probabile che possano crearci dei problemi in alcuni ambiti della nostra vita, causandoci ansie, preoccupazione, stress, fino ad arrivare, nei casi peggiori, alla depressione (anche se chiaramente la depressione è causata da istanze ben più ampie, complesse ed estremamente soggettive!)

La stessa tendenza perfezionistica può facilmente cadere nella patologia, in una nevrosi da perfezionismo, nel momento in cui la salutare ricerca del miglioramento lascia il posto ad una meno salutare tendenza a chiedere a sé stessi delle prestazioni al di sopra delle proprie possibilità.

Ciò conduce ad una costante frustrazione e insoddisfazione per i propri risultati, con la conseguente credenza di essere un fallimento addirittura come essere umano.

Il perfezionismo e l’autocritica solitamente vanno a braccetto; infatti se una persona tende a pretendere da sé stessa sempre il meglio, facilmente questa sua disposizione la porterà ad una costante autocritica e ad un continuo monitoraggio del proprio operato.

In questo caso usiamo la parola autocritica con un’accezione del tutto negativa.

Gli obiettivi che si pretenderanno da sé stessi tenderanno ad essere irreali e i normali errori compiuti, gli errori che ci rendono umani, saranno visti come segno di inadeguatezza, invece che come una possibilità di apprendimento e di crescita personale.

Possiamo vedere come la linea di confine tra il perfezionismo “sano” e quello “patologico” non sia affatto facile da tracciare.

Il difficile sta nel capire cosa sente la persona intimamente e realmente a riguardo, poiché aldilà del risultato, potranno scaturire sia stati d’animo positivi che negativi per il perfezionista.

Ecco perché si parla di un costrutto ambiguo, perché il perfezionismo può manifestarsi in modalità del tutto differenti e può essere visto anche da punti di vista contrapposti.

Proviamo banalmente a pensare ad un atleta che è arrivato ai più alti livelli di performance nel suo sport; quasi sicuramente chi lo conosce lo considererà un perfezionista che grazie alla sua tenacia è riuscito a migliorarsi di giorno in giorno, raggiungendo standard molto alti.

Magari però, dal punto di vista dell’atleta, si noterà una persona insicura, eternamente in preda all’ansia del fallimento, in caso perda una gara o non raggiunga un determinato risultato che si era imposto e preposto.

Questo è solo un esempio del modo in cui può declinarsi questa caratteristica, ma è importante capire esistono numerosissime sfumature possibili e che, per chiunque la possieda, non è facile mantenere un equilibrio tra il chiedere a sé stessi il meglio e il chiedersi l’impossibile.

Il concetto stesso di finitezza umana si basa sull’imperfezione, ma probabilmente quando abbiamo davanti a noi un obiettivo, sia esso fondamentale o di scarsa importanza, ce ne dimentichiamo, scordiamo che abbiamo dei limiti e ci imponiamo il dovere di superarli senza renderci conto di come ciò possa non sempre essere possibile.

La parola all’esperto: il perfezionismo secondo la teoria di Slade e Owens.

Nella teoria di Slade e Owens (1998), il perfezionismo è visto come una caratteristica comportamentale della persona.

Si può distinguere un “perfezionismo positivo”, in cui l’individuo ha una storia passata di “rinforzi positivi”, cioè esperienze che lo hanno portato a relazionarsi positivamente con questa caratteristica, ad esempio è stato premiato ogni volta in cui si impegnava e raggiungeva un risultato, da un “perfezionismo negativo”, in cui la persona agiva allo stesso modo, ma con lo scopo di evitare magari una valutazione o una punizione temuta.

Ecco allora che il primo è un tipo di perfezionismo cosiddetto “sano”, che conduce l’individuo a impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi, spesso con un buon livello di soddisfazione personale in caso di un buon risultato e di accettazione in caso di risultati non eccellenti.

Il secondo tipo può scivolare in una forma patologica di perfezionismo, associandosi a varie condizioni nevrotiche, l’eccessiva preoccupazione per il giudizio degli altri, la paura di fallire, con la conseguente assenza di soddisfazione personale, a prescindere dal livello di prestazione raggiunto.

E’ chiaro che le persone, dall’infanzia in poi, hanno una storia di rinforzi sia positivi che negativi, ma, a seconda della predominanza dell’uno o dell’altro e soprattutto del modo in cui la persona è arrivata percepirlo emotivamente, si creerà un comportamento perfezionistico positivo o negativo, difficilmente distinguibile da un punto di vista esterno, poiché i risultati tenderanno a perdere una dimensione oggettiva.

La discriminante si potrà riscontrare nel vissuto della persona, nel modo in cui sente e vive gli standard raggiunti.

L’importanza del limite: definire e accettare le proprie caratteristiche e le proprie possibilità.

La tendenza a voler fare le cose nel modo migliore in cui possiamo è sicuramente apprezzabile ma, se non teniamo conto dell’esistenza dei nostri limiti, non riusciremo ad auto-regolarci e a trovare un equilibrio tra una sana tendenza al “perfezionamento”, intesa come raggiungimento dei propri obiettivi, e una ricerca affannosa di una perfezione utopica, impossibile da raggiungere poiché inesistente in natura.

Negare questa naturale variabilità della nostra condizione di esseri umani e credere di essere una sorta di super-eroi indistruttibili e infaticabili è l’errore di percezione di sé in cui incorre più spesso il perfezionista.

Mentre altre volte, pur cosciente dei propri limiti, decide deliberatamente di ignorarli pur di seguire il proprio “irrinunciabile” obiettivo, anche a costo di cattive conseguenze per la propria salute (stress, ansia, paura).

Egli è prigioniero di un’immagine ideale perfetta che non gli permette di avere un riscontro effettivo nella realtà e lo porta ad una costante frustrazione per i propri fallimenti.

Il rapporto tra la mania della perfezione ed alcuni stati psicopatologici.

Non è da sottovalutare come l’interesse per il perfezionismo sia cresciuto negli ultimi anni: infatti ci si è resi conto che questa caratteristica della personalità sembra collegata ad alcuni stati psico-patologici, tra cui la depressione, la tendenza suicida, i disturbi d'ansia (ansia sociale, fobia sociale), il Disturbo di Personalità Ossessivo-Compulsivo (DPOC), l’insonnia e i Disturbi dell'Alimentazione (DA).

Ovviamente quando parliamo di tali problematiche ci stiamo riferendo al “perfezionismo negativo” e non al sano bisogno di migliorare sé stessi e la propria vita, giorno dopo giorno. Gli studi recenti hanno rilevato come il perfezionismo agisca sulla psicologia umana come forte fattore disfunzionale, di resistenza al cambiamento, per questo tipo di disturbi.

In particolare ci si può soffermare sull’interessante collegamento che è stato riscontrato tra alcune caratteristiche perfezionistiche e i disturbi dell’alimentazione (DA), soprattutto anoressia e bulimia nervosa.

Approfondisci i punti comuni che determinano i principali disturbi dell'alimentazione.

Il perfezionismo nei disturbi dell’immagine corporea si esprime proprio nel dominio specifico del disturbo stesso: il controllo del peso corporeo tramite il controllo sul cibo.

Le imperfezioni fisiche, o almeno percepite come tali dall’individuo, tendono ad essere vissute come intollerabili, mentre gli errori commessi a riguardo sono percepiti come imperdonabili; ne va della stima che queste persone hanno di sé stesse: al minimo errore crederanno di aver fallito come essere umani e la valutazione di sé non potrà che essere estremamente frustrante e negativa.

E’ chiaro come ci sia un’ansia perenne di fondo riguardo al commettere errori, un vero e proprio tabù dell’errore, che irrimediabilmente intaccherà lo standard di perfezione a cui si aspira.

In particolare, nel caso dell’anoressia nervosa è stato riscontrato clinicamente come queste persone ricerchino un controllo totale sul cibo e sull’alimentazione, nonostante le conseguenze negative che ciò può comportare, come l’essere sempre affamati, l’essere preda di abbuffate momentanee, l’essere costantemente preoccupati per il proprio peso, per le quantità di cibo ingerite o ancora da ingerire e così via.

Inoltre in questa tipologia di disturbi, il perfezionismo si può cogliere anche nel pensiero dicotomico, del tipo “tutto o nulla”, per cui se le proprie azioni non raggiungono la perfezione, tutti gli sforzi fatti saranno considerati privi di valore e la valutazione conseguente di sé sarà assolutamente negativa.

Poniamo il caso che la persona non riesca a resistere ad un’abbuffata (soprattutto per chi è affetto da bulimia nervosa); la conseguenza sarà l’autocritica per non aver saputo mantenere lo standard che ci si era richiesti e la stima di sé verrà ancora più abbassata, in un continuo circolo vizioso.

E’ stato riscontrato a volte come l’ambiente familiare di queste persone sia stato caratterizzato dalla deprivazione emotiva: al posto di un incoraggiamento emotivo o fisico da parte dei genitori, sarà fatta una stima razionale sull’operato del figlio o della figlia, controllando ossessivamente se raggiungono determinati livelli a scuola, nello sport, e così via.

Potrebbe quindi instaurarsi un meccanismo, nell’infanzia o nell’adolescenza, per cui l’individuo sente che l’amore dei propri genitori dipende dalla sua capacità di soddisfare le loro aspettative e di evitare le loro critiche.

L’ansia perenne per i possibili errori in agguato nella vita non caratterizza solo il perfezionismo nei disturbi dell’alimentazione, ma si rivela comune anche nel disturbo ossessivo-compulsivo e nella fobia sociale.

Invece nel perfezionismo adattivo, quindi non patologico, anche se gli standard ricercati sono elevati, la persona accetterà di poter commettere degli errori che però non comprometteranno la soddisfazione per le proprie prestazioni.

L’origine del perfezionismo in questo tipo di disturbi sembra essere di tipo multi-fattoriale: genetica, sociale e correlata alla relazione con i genitori.

Infine, se è vero che sembra indubbio che le caratteristiche perfezionistiche aumentino il rischio di sviluppare e mantenere i DA (disturbi alimentari), è anche vero che c’è ancora molto da imparare riguardo le dinamiche che si instaurano tra queste problematiche, sicuramente legate all’autostima e all’immagine che si ha di sé stessi, sia a livello corporeo che psicologico.

Possibili cause dello sviluppo dell’ossessione maniacale per la precisione.

Se vogliamo prendere in considerazione la cosiddetta “sintomatologia” di questa sorta di sindrome perfezionistica, così come le cause che possono avere condotto una persona a diventarlo, una delle variabili di cui dobbiamo tenere conto è sicuramente l’ambiente familiare e successivamente quello scolastico.

Teniamo sempre conto di come, quando si tratta di caratteristiche psicologiche, non ci siano mai cause né conseguenze univoche sullo sviluppo di una persona; non si può mai dunque addossare la colpa di un comportamento a un accadimento specifico che la persona ha vissuto, poiché ognuno di noi reagirà alla stessa cosa in maniera differente.

Se ci chiediamo da che cosa può derivare questo incessante bisogno di raggiungere il massimo, vediamo come il perfezionista ha imparato fin dall’infanzia che il valore di sé si trova nei risultati che raggiunge piuttosto nelle sue qualità personali.

Può quindi essere cresciuto in un ambiente in cui le conseguenze di un ipotetico fallimento venivano viste come negative, ad esempio portavano al rifiuto o a punizioni severe.

Il fare bene, in questo caso, si trasforma in un comportamento percepito come obbligatorio (“si deve fare bene”), per evitare le sue conseguenze spiacevoli.

Il perfezionismo è così imposto dall’esterno; sono gli altri che implicitamente ci spingono a cercare la perfezione, vissuta come un obbligo dalla persona.

E’ facile vedere come anche l’autostima dell’individuo dipenderà in tal modo dagli altri e dalle loro valutazioni; il perfezionista cercherà allora di “proteggersi” con il proprio comportamento.

Come riconoscere un perfezionista: le caratteristiche principali.

È chiaro dunque che il perfezionismo è caratterizzato da alcune tendenze di fondo, nei casi peggiori esasperate.

Consigli per non far diventare il desiderio di precisione un ossessione negativa.

Il perfezionismo di per se non è un disturbo, ma una caratteristica della personalità che può variare ada persona a persona; ciò che conta è come viviamo noi in relazione a questa nostra particolarità.

Tentiamo allora di dare qualche suggerimento per cercare di superare le sfumature negative del perfezionismo e farne invece un valore aggiunto alla nostra vita, che ci permetta di migliorarci quando possibile e nel contempo di accettare i nostri limiti serenamente. Ovviamente sono esercizi di riflessione profonda e di critica costruttiva su sé stessi che non è immediato riuscire a fare e in cui il confronto con gli altri può essere di grande aiuto, soprattutto se accolto senza difendersi.

Terapia con i fiori di Bach: un aiuto naturale per il perfezionismo.

Oltre che attraverso l’ introspezione e la coscienza di sé, sembra che un buon aiuto per un eccessivo perfezionismo arrivi dai Fiori di Bach, nella fattispecie dal n° 27, Acqua di Roccia.

Rispettando le caratteristiche specifiche di un individuo tendenzialmente perfezionista, questa cura stimolerebbe la duttilità e l’adattabilità del soggetto, aiutandolo a sviluppare energia positiva e capacità di accettazione di sé.

Supervisione: - Collaboratori: Laura Morelli (Psicologa) - Silvia Barcellona