Autolesionismo fisico e psicologico: cause e rimedi.

L’autolesionismo è un disturbo che si manifesta a livelli fisico e psicologico. Scopriamo insieme le cause e soprattutto i rimedi per affrontare questo fenomeno, che si palesa con tagli, lividi, o stati depressivi e disordini alimentari, particolarmente frequente tra gli adolescenti.

Autolesionismo fisico e psicologico: cause e rimedi

    Indice Articolo:

  1. Cos'è e come si manifesta
  2. Soggetti a rischio
  3. Cause
  4. Rimedi
  5. Approfondimenti

Cos'è l'autolesionismo e come si manifesta.

Il termine autolesionismo deriva dall’unione di due parole: “auto”, di origine greca, che significa “se stesso” e “ledere”, di origine latina, che vuol dire “danneggiare”.

Dunque si tratta di un disturbo, non sporadico ma che crea dipendenza, in cui il soggetto colpito si procura ferite e lesioni per danneggiare se stesso.

Dal punto di vista medico viene indicato con il termine inglese “Repetitive Self- Harm Syndrome” ovvero “Sindrome da autolesionismo ripetuto”che non va identificata come una malattia mentale ma piuttosto come il sentore di un disturbo psicologico.

Si manifesta in diversi modi: morsi, tagli, bruciature, provocazione volontaria di fratture e vomito.

Normalmente esiste una classificazione sulle varie forme di autolesionismo, fatta in relazione all’entità del danno che ci si provoca e pertanto è possibile fare una distinzione tra:

  • Autolesionismo leggero che si configura come la forma più frequente in cui il soggetto si provoca ripetutamente ferite di lieve entità più o meno visibili, dalle bruciature di sigarette ai tagli, dallo strapparsi i capelli a sbattere la testa, o qualche altra parte del corpo, contro il muro fino a indurre lividi e perfino la rottura delle ossa. I tagli così come le bruciature e i lividi si localizzano principalmente sulle braccia, sulle gambe, polsi e caviglie, ma anche su zone meno visibili come il torace, la pianta dei piedi ed il seno. Gli oggetti utilizzati per tagliarsi sono svariati: coltelli, pezzi di vetro, rasoi e cutter.
  • Autolesionismo grave che al contrario è la forma meno diffusa in cui il soggetto arriva a procurarsi ferite permanenti come cicatrici molto profonde e addirittura amputazioni delle dita o degli arti.
  • Altre forme di autolesionismo. Vi sono poi tutta una serie di comportamenti che, seppure meno evidenti all’esterno, possono essere considerati autolesionistici in quanto concorrono direttamente a ledere la salute fisica del soggetto che li assume.Tra questi rientrano ad esempio alcuni tipi di disturbi alimentari come le abbuffate compulsive o le più tristemente note anoressia e bulimia.
    • L’anoressia definita nervosa quando si parla di disturbi alimentari di origine psicogena, è una malattia molto seria e si caratterizza per la totale mancanza di appetito e di rifiuto del cibo. Nei casi più gravi porta alla completa trasfiguarazione del corpo, che si riduce ad uno scheletro, fino a provocare la morte del soggetto che ne è affetto.Tende a colpire in maniera prevalente le donne in adolescenza che prede del malessere si vedono brutte, grasse e la cui paura principale è proprio quella di mettere su peso. Studi recenti hanno dimostrato come anche i ragazzi di sesso maschile siano coinvolti, sebbene in numero minore, in questo vortice di sofferenza che induce l’individuo a non toccare alcun tipo di alimento, e qualora lo si faccia tale disturbo porta lo stesso individuo a procurarsi il vomito, con l’unica conseguenza di ridurre il corpo ad un ammasso di sole ossa. Dal punto di vista fisico i segni di questa malattia non sono solo relativi alla fragilità ossea ma si riscontrano anche in carie dentarie, gengiviti, infiammazioni cutanee, problemi cardiocircolatori e danneggiamento progressivo di tutti gli organi.
    • La bulimia come l’anoressia è definita nervosa quando il problema è di origine psicologica. Nei soggetti affetti da bulimia non vi è un rifiuto del cibo, al contrario, si mangia in maniera eccessiva con abbuffate compulsive seguite poi solitamente da vomito. Ci sono infatti anche casi in cui si alternano periodi di digiuno intenso per controbilanciare la precedente e smodata assunzione di cibo. Come per l’anoressia, i soggetti colpiti sono in prevalenza di sesso femminile ed è un disturbo che può presentarsi tanto in adolescenza quanto nell’età adulta. I danni dal punto di vista fisico sono meno evidenti rispetto all’anoressia e c’è un maggiore margine di recupero e di guarigione totale.

La forma estrema: il tentativo di suicidio.

Una particolare forma di autolesionismo, quella senza dubbio più evidente e tragica è senza dubbio il tentativo di togliersi la vita.

Come intuibile quindi, l’autolesionismo, si presenta spesso associato ad altri tipi di disturbi, perlopiù di natura psicologica, come la depressione e le crisi d’ansia.

Soggetti a rischio: adolescenti, i più inclini a procurarsi dolore.

Autolesionismo tra gli adolescenti.

A soffrire di autolesionismo sono prevalentemente gli adolescenti, in misura maggiore quelli di sesso femminile. La ragione per cui sono le donne a soffrirne di più è legata, secondo molti, a motivi socio culturali in base ai quali le donne sarebbero educate alla repressione di ogni forma di sfogo fisico e secondo cui gli uomini, invece, sarebbero più naturalmente propensi a dare sfogo ai propri istinti, anche violenti.

Secondo alcuni studi inglesi l’età in cui si manifestano con maggiore frequenza episodi di ritorsione fisica verso se stessi è quella tra i 12 ed i 15 anni, età in cui le ragazze si trovano ad affrontare tutta una serie di cambiamenti anche fisici e sono quindi più sensibili e vulnerabili.

Più raro invece che si manifestino episodi in età infantile sia per i bambini che per le bambine.

Superata la soglia dell’adolescenza invece sembra diminuire il numero dei soggetti di sesso femminile mentre si registra un aumento dei casi nei soggetti di sesso maschile.

Le cause possono essere legate a situazioni di bullismo di cui chi si autolesiona è vittima, di problemi familiari o di una cattiva condotta scolastica. In molti casi risulta essere semplicemente un modo per attirare l’attenzione su di sé.

Ad ogni modo di fronte a qualsiasi tipo di manifestazione autolesiva è bene rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile che saprà più di altri consigliare quali sono le strategie migliori per risolvere il problema.

Vediamo comunque meglio e più nello specifico quali sono le cause che spingono un soggetto a farsi del male.

L’autolesionismo psicologico: procurasi ferite interne.

Tutte le forme fin qui descritte, che sono quelle ufficialmente riconosciute, sebbene abbiano comunque un origine psicologica, manifestano appieno quella che può essere considerata come una delle caratteristiche distintive dell’autolesionismo:l’espressione fisica, la somatizzazione del dolore.

Anche se la dottrina non la riconosce esiste però anche una particolare forma di autolesionismo, quella in cui il soggetto costringe se stesso a sopportare stress e situazioni emotivamente difficili. Esistono ad esempio soggetti che si costringono a guardare video o immagini particolarmente dure e strazianti,(come torture ad animali o perfino a persone) o che semplicemente reiterano comportamenti che li riportano a vivere situazioni di disagio, (storie d’amore o rapporti complessi,ecc...)

Queste forme di autolesionismo, anche se meno diffuse, sono ancora più difficili da identificare in quanto non hanno manifestazioni esterne, ed a lungo andare possono avere conseguenze anche molto serie sulla psiche del soggetto.

Le cause: cosa spinge l’individuo a farsi del male.

Non è possibile indicare con precisione le cause che portano un soggetto a procurarsi da solo danni e ferite fisiche. Nella maggior parte dei casi, infatti, all’origine dell’autolesionismo vi è un insieme di concause che agendo a livello mentale e psicologico inducono l’individuo che ne è colpito ad assumere atteggiamenti scorretti come per l’appunto quello di procurarsi tagli e ferite di varia natura.

Molti studiosi sostengono che le cause dell’autolesionismo sono da ricercarsi nell’incapacità di affrontare situazioni di stress nonché nell’incapacità, che risiede in chi si autolesiona, di comprendere ed esprimere le proprie emozioni. E’ per queste ragioni che facciamo riferimento a particolari situazioni, come quelle elencate sotto, indicandole come possibili cause di comportamenti autolesionisti.

  • Stress post traumatico: si tratta di una condizione in cui il soggetto colpito soffre di una serie di disturbi psicologici, a seguito di esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia, l’adolescenza o nell’età adulta come l’aver subito violenze sessuali, maltrattamenti fisici, incidenti stradali o calamità naturali. L’individuo in questi casi può sentirsi in colpa per quanto accaduto e avverte il bisogno di punirsi per qualche comportamento, azione o semplicemente pensiero.
  • Incapacità di gestire emozioni e sofferenza sintomo questo di una personalità borderline: in questo caso il soggetto preferisce subire un forte dolore fisico piuttosto che dover affrontare l’aspetto emotivo e la propria interiorità. Chi ha una personalità borderline tende infatti a rifuggire le emozioni, siano esse negative o positive, con effetti disastrosi sulle relazioni interpersonali e sul rapporto con il proprio essere. Inoltre sono ricorrenti episodi di rabbia incontrollata che spingono l’individuo ad accanirsi sul suo stesso corpo. Anche l’amore non corrisposto, in presenza di personalità borderline, può essere un motivo per spingersi all’autolesionismo.
  • Profonda insicurezza e totale mancanza di autostima che può pervenire da uno stato di forte depressione per cui il soggetto si sente quasi invisibile e avverte che solo attraverso il dolore e le cicatrici può dimostrare a se stesso ed agli altri la sua presenza.
  • Anche gli adolescenti che sposano la filosofia Emo riscontrano nell’autolesionismo un modo per attirare l’attenzione su di sé, per esprimere un disagio e una difficoltà interiore. La parola emo vuol dire “emozione” e coloro che si identificano come emo non le reprimono, al contrario le esprimono con molta enfasi. Tagliarsi si configura come una maniera per trovare sollievo da stati di ansia e sofferenza ma anche come un’occasione per dimostrare l’appartenenza al gruppo.

Ovviamente chi assume comportamenti autolesionisti ritrova in questi un sollievo, una soluzione al male che ci si porta dentro: è meglio subire il dolore di un male fisico piuttosto che sottostare al peso di una sofferenza psicologica.

I rimedi: accettarlo e chiedere aiuto è il primo passo per sconfiggere l’autolesionismo.

Consigli per sconfiggere l'autolesionismo

Il primo fondamentale passo da compiere per sconfiggere l’autolesionismo è ammettere di esserne affetti, confessione da fare prima a se stessi e poi agli altri. Può essere di aiuto ad esempio cercare dei gruppi di sostegno, anche online, dedicati proprio a chi soffre di questo disturbo. Capire di non essere da soli infatti è già molto importante e parlare con chi ha affrontato lo stesso percorso e provato le stesse sensazioni può essere un utile supporto per trovare la forza di ammettere e condividere il proprio problema anche con la famiglia e gli amici.

Oltre ad esprimere il proprio disagio è possibile poi mettere in atto alcuni comportamenti volti a tenere sotto controllo l’autolesionismo, come ad esempio:

  • Fare una lista delle azioni alternative da compiere al posto di ferirsi, azioni da mettere in atto ogni volta si avverte lo stimolo a tagliarsi, bruciarsi o rompersi le ossa.
  • Chiamare un amico per farsi raccontare delle storie, in modo da tenere lontano il pensiero di ferirsi, o semplicemente uscire di casa appena sorge il desiderio di farsi del male.
  • Liberarsi o rendere di difficile accesso gli strumenti che di solito si usano per ferirsi.
  • Fare con regolarità una qualche attività sportiva che aiuti a ridurre lo stress, va bene anche lo yoga.
  • Dedicare ogni giorno un po’ di tempo ad un hobby o un attività che favorisca il rilassamento.

Ovviamente questi sono rimedi palliativi ma non risolutori. Per sconfiggere il problema alla radice infatti è sempre meglio ricorrere al supporto di un terapeuta che nei casi più gravi potrà prescrivere una cura farmacologica e un ricovero ospedaliero.

Supervisione: Collaboratori: Dott.sa Dott.sa Elisabetta Tranchese

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