Rosolia in gravidanza: cosa fare? Sintomi, rischi e vaccino.

Cosa accade quando si contrae la rosolia in gravidanza? Analizziamo i rischi di trasmissione al nascituro in base al trimestre durante il quale avviene il contagio ed i danni che può causare al feto. Vediamo cosa è necessario fare, quali sono i sintomi e quando è opportuno vaccinarsi per evitare il contagio.

Rosolia in gravidanza: cosa fare? Sintomi, rischi e vaccino

    Indice Articolo:

  1. Perchè è pericolosa?
  2. Sintomi
  3. Diagnosi
  4. Trattamento
  5. Rischi
    1. Primo trimestre
    2. Secondo-terzo trimestre
  6. Prevenzione
  7. Vaccino
  8. Approfondimenti

Rosolia: in gravidanza è pericolosa per il feto.

La rosolia è una malattia infettiva, che generalmente colpisce i bambini ma se contratta in gravidanza può diventare pericolosa per la salute del nascituro. Infatti, se la mamma non è stata vaccinata o se non ha contratto in precedenza la malattia, in base al trimestre in cui viene contagiata, la rosolia può causare una serie di problemi più o meno gravi al feto o l’aborto.

Cos'è la rosolia e come si trasmette.

  • E' una malattia endemo-epidemica (ossia è sempre presente nella collettività e presenta dei picchi ogni 7 anni circa) causata da un virus della famiglia Rubivirus e colpisce in genere gli individui in età infantile o scolare.

  • Ha un incubazione di circa due o tre settimane, dopo le quali compaiono i sintomi principali: febbre, gonfiore delle ghiandole, dolore agli arti, e l’esantema cutaneo.

  • Le persone colpite sono da considerarsi contagiosi dalla settimana che precede la comparsa dell’esantema fino a circa 4 giorni dopo.

  • Sia nei bambini che nei soggetti adulti, in genere non presenta complicazioni, a meno che non vi sia una precedente compromissione del sistema immunitario dovuta ad altre patologie.

  • Si trasmette da persona a persona attraverso la via aerea, con le secrezioni e le goccioline di bocca e naso.

  • Grazie alla vaccinazione in età infantile, i casi di rosolia si sono ridotti moltissimo.

  • Non vi è una terapia specifica, in quanto gli antibiotici non funzionano per le infezioni virali. Si somministra paracetamolo per controllare la febbre, ma evolve da sola verso la guarigione.

  • L’infezione lascia una immunità permanente.

Ma vediamo in dettaglio i sintomi, come fare una diagnosi e i trattamenti possibili in gravidanza.

I sintomi: attenzione alle forme lievi durante la gestazione!

I sintomi della rosolia in gravidanza sono pressocchè simili alla sintomatologia comune, ma c’è sempre da tener presente che alcune forme lievi decorrono in modo subdolo e senza dare dei segni chiari della malattia.

Ed è questo l’aspetto più pericoloso in gravidanza: la donna non sa che ha contratto la malattia, in quanto non presenta i segni clinici evidenti della rosolia in atto.

Ad ogni modo i sintomi che devono allarmarci sono:

  • febbre

  • esantema cutaneo (piccole macchie sollevate, di colore rosato, che partono dalla parte alta del corpo e poi si estendono fino agli arti e alla parte inferiore che scompare in 3 - 4 giorni)

  • linfonodi ingrossati dietro l’orecchio e la nuca

  • dolori articolari

  • raffreddore

  • mal di testa

L’esantema compare nel 60 % dei casi, mentre nel 20 % dei casi può comparire solo la febbre con ingrossamento dei linfonodi. Quindi solo nella metà dei casi, la rosolia si presenta con tutte le sue caratteristiche tipiche, mentre nella restante percentuale può passare inosservata o confusa con un banale raffreddamento o influenza.

Diagnosi: analisi del sangue per verificare la presenza degli anticorpi e la loro datazione.

Oltre alla valutazione della sintomatologia, per una corretta diagnosi è necessario un prelievo di sangue per verificare la presenza o meno di anticorpi antirosolia.

Una parte del campione verrà analizzata alla ricerca di Ig (immunoglobuline) G e Ig M.

La presenza di Ig G indica che c’è stata un’infezione passata, per cui è il segno dell’immunità acquisita. In assenza di queste immunoglobuline, la donna non è protetta dalla malattia e potrà contrarla se viene a contatto con il virus.

La presenza di Ig M invece indica che la malattia è in atto, per cui l’infezione è presente e la donna ha contratto la rosolia da poco tempo.

L’assenza di Ig M indica che la malattia non è in atto per cui la donna gravida che sospetta di esser venuta a contatto con il virus dovrà ripetere il prelievo dopo un mese, confrontando il nuovo campione con parte di quello precedente.

Se nel secondo caso, compaiono le immunoglobuline, la patologia è in atto.

Se non compaiono, è necessario ripetere nuovamente il prelievo dopo 6 settimane per essere certi che la gravida non ha contratto la rosolia. Solo la negatività di questo terzo campione ci garantisce che non c’è stato alcun contagio e la futura mamma potrà stare tranquilla per la salute del bambino.

Il trattamento in caso di infezione.

Non vi sono trattamenti possibili per fermare il decorso della malattia ne per impedire che il virus arrivi al feto, se la mamma è venuta a contatto con una possibile fonte di contagio.

La rosolia farà il suo decorso ed essendo una infezione virale, ribadiamo che nessun antibiotico può essere utilizzato come terapia.

Si raccomanda alla paziente il riposo, una dieta leggera ricca di zuccheri e liquidi, di evitare colpi di freddo specie se è presente la febbre. La malattia evolverà spontaneamente anche perché in genere la febbre non raggiunge picchi molto elevati.

Valutando, inoltre, i valori delle immunoglobuline, è possibile anche capire da quanto tempo la malattia è stata contratta, se recentemente o nei mesi precedenti.

Una volta stabilito questo, i futuri genitori dovrebbero essere informati su tutti i rischi e le patologie che il feto potrebbe sviluppare e dovrebbero considerare, qualora lo ritenessero opportuno e se il contagio è avvenuto nel periodo cruciale, una eventuale interruzione di gravidanza.

Il rischio di contagio per il nascituro: varia in base alla settimana di gestazione.

Se la diagnosi di infezione da rosolia è certa, cosa deve aspettarsi la futura mamma?

Molto dipende dal trimestre in cui la malattia viene contratta, sia per i danni che può causare sia per la percentuale di rischio di passaggio della rosolia da madre a figlio (trasmissione verticale), dato che il virus può passare al feto attraverso la placenta.

Nel dettaglio:

  • se l’infezione materna (con o senza sintomi) avviene tra la 3 e la 6 settimana dall’ultima mestruazione, o comunque entro le 8 settimane di gestazione, la possibilità di contagio dell’embrione è massima, con percentuali tra il 54 % e il 100 %.

  • se l’infezione materna (con o senza sintomi) avviene tra la 9 e la 12 settimana di gestazione, la possibilità di contagio dell’embrione è intorno al 50 %.

  • se l’infezione materna (con o senza sintomi) avviene tra la 13 a la 18 settimana di gestazione, il rischio di contagio varia dal 31% al 44 %.

  • dopo la 18 settimana, il rischio di trasmettere la malattia al feto è relativamente basso e i danni possono essere di scarsa entità.

La placenta, dunque, se all’inizio della gravidanza funge da veicolo per la trasmissione, dopo la 18 settimana diventa una barriera efficace per cercare di contrastare il passaggio dell’infezione. Dunque si è maggiormente a rischio nel primo trimestre.

Ma quali sono i danni che il rubeovirus può causare ad un embrione o a un feto?

Le patologie fetali causate dalla rosolia in gravidanza.

Primo trimestre

I danni che il virus della rosolia può causare all’embrione, come abbiamo detto, sono legati a doppio filo alla settimana in cui avviene il contagio.

Infatti se la mamma si ammala entro le 12 settimane di gestazione, l’infezione è in grado di passare da madre a feto tramite la placenta, che in queste settimane non è ancora capace di arginare il passaggio del virus.

Questo può comportare una serie di patologie:

  • aborto spontaneo, dovuto dal fatto che l’infezione arriva all’embrione causandone la morte

  • morte fetale tardiva, dovuta alle complicanze che si sviluppano nel corso della gravidanza

  • gravi malformazioni dell’embrione, il rallentamento della mitosi (processo di duplicazione delle cellule) e l’ aumento della necrosi cellulare (morte delle cellule) portano ad una non corretta formazione degli organi e dei processi cellulari alla base della vita

  • infezioni placentari, che a loro volta possono causare un aborto precoce, in quanto la placenta è la responsabile del nutrimento e della crescita dell’embrione

  • sindrome della rosolia congenita.

La sindrome della rosolia congenita ha forme molto gravi se contratta nelle prime settimane di gestazione.

I danni causati dalla sindrome della rosolia congenita possono essere:

  • patologie della vista (cataratta, cecità, glaucoma)

  • patologie cardiache (mancata chiusura del dotto di Botallo, stenosi polmonare, difetti atrio ventricolari)

  • patologie del sistema nervoso (sordità, microcefalia, ossia riduzione della circonferenza cranica e ritardo mentale)

  • ritardo di crescita

  • epatosplenomegalia (aumento del volume di fegato e milza)

  • trombocitopenia (bassa quantità di piastrine circolanti nel sangue)

  • anemia emolitica (anemia causata da una eccessiva distruzione dei globuli rossi)

  • epatite

  • ittero

  • alterazioni ossee

Tra queste, le patologie non transitorie più comuni sono: la sordità neurosensoriale (spesso bilaterale), le patologie della vista e del sistema nervoso, specie microcefalia e il ritardo mentale.

Secondo e terzo trimestre

Abbiamo già visto che dopo le 18 settimane di gestazione e ancor di più dopo le 20 settimane, il rischio di infezione fetale scende, quasi fino ad azzerarsi.

Questo perché la placenta costituisce una vera e propria barriera difficile da superare.

Inoltre, se anche il virus riesce a superarla, la sindrome della rosolia congenita può non comparire o presentarsi con forme lievi e subcliniche, con effetti talvolta transitori, sebbene il virus potrà essere presente successivamente nelle urine del bambino anche dopo un anno dalla nascita (costituendo una sorta di fonte di contagio per le donne che non sono immuni).

Quindi, in generale, sono tre le situazioni che si possono presentare:

  1. embriopatia malformativa, più frequente nel primo trimestre

  2. fetopatia più lieve

  3. infezione asintomatica

In alcuni casi l’infezione può restare asintomatica nelle prime settimane o nei primi mesi di vita del bambino, in altri invece compaiono patologie transitorie (epatosplenomegalia, ittero, anemia).

Dopo le 20 settimane, ad ogni modo, si parla di sindrome della rosolia di grado lieve, che però è difficile da diagnosticare durante la gravidanza.

Infatti la presenza di alcune patologie non può essere accertata tramite le metodiche utilizzate in gravidanza. Con le ecografie si possono visualizzare ii difetti cardiaci e alcune patologie dell’occhio (es. cataratta in forma grave), ma la sordità e il ritardo mentale non possono essere diagnosticati in anticipo, così come le altre sequele sul sistema nervoso. I ritardi di crescita e i problemi acustici, infatti, possono apparire chiari anche dopo i due anni di vita del bambino.

Come prevenire il contagio quando si è incinte?

Come abbiamo detto, la rosolia è una malattia trasmissibile per via aerea, quindi con le goccioline di saliva, gli starnuti, o semplicemente parlando in modo ravvicinato con una persona infetta.

Quindi una donna incinta, specie nelle prime settimane di gestazione, dovrebbe seguire qualche piccola semplice regola:

  • evitare frequentazioni di luoghi ad alto rischio, come scuole, asili e luoghi affollati

  • evitare il contatto con adulti o bambini infettati dal virus

  • evitare il contatto con madri non immuni con figli piccoli infettati dal virus in gravidanza

  • fare attenzione nel caso si abbiano figli piccoli non ancora vaccinati che vanno all’asilo o a scuola e che possono diventare una fonte di infezione

  • in caso di gravidanza, è possibile vaccinare gli altri figli in età scolare senza rischiare di contrarre la malattia

  • fare attenzione se si pratica un lavoro a contatto con bimbi in età scolare (educatrice di asilo, maestra, infermiera)

Ad ogni modo, l’unica vera forma di prevenzione che si ha a disposizione oggi resta il vaccino.

Il vaccino antirosolia: quando?

Grazie al piano di vaccinazione dei bambini, i casi di rosolia sono diminuiti rispetto al passato. Fino al 1999 veniva somministrata una sola dose del vaccino alle bambine verso i 12-13 anni ma è stato in seguito notato che i casi non diminuivano.

Così si è istituito il cosiddetto vaccino trivalente, contro morbillo, parotite e rosolia che viene somministrato, facoltativamente, a tutti i bimbi intorno ai 15 mesi di vita, con una seconda somministrazione verso i 5-6 anni di età.

Questo piano ha contribuito a ridurre il rischio di infezione tra i bambini e quindi anche delle loro mamme in attesa di un fratellino.

Resta ad ogni modo una fetta di popolazione femminile che non è vaccinata e non ha mai contratto la rosolia.

In questo caso come è bene comportarsi?

Se si decide di pianificare una gravidanza, è bene rivolgersi al proprio medico per fare una serie di esami preconcezionali, tra i quali è presente il rubeo test (il test di ricerca degli anticorpi anti rosolia di cui abbiamo parlato precedentemente) o un esame più completo, che prende il nome di complesso TORCH.

Questo esame, che si effettua con un banale prelievo di sangue, viene utilizzato come screening per verificare se la donna ha avuto delle malattie che possono diventare pericolose se contratte in gravidanza: toxoplasma gondii, rosolia, citomegalovirus e herpes simplex.

Approfondisci le modalità di trasmissione ed i rischi della toxoplasmosi in gravidanza.

Essendo la rosolia una malattia che talvolta, come abbiamo visto, decorre in modo quasi asintomatico, è possibile che la donna l’abbia contratta senza saperlo, quindi prima della vaccinazione il test è consigliabile. Anche perché gran parte delle donne non sanno se durante l’infanzia sono state vaccinate o se hanno contratto la malattia in passato.

Se il test risulta positivo, la donna è protetta e quindi non è necessario intraprendere nessuna azione in funzione della salvaguardia della sua futura gravidanza.

Al contrario, se il test è negativo, è possibile prospettare alla donna il vaccino per la rosolia, che può essere somministrato anche in età adulta e in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. Dopo il vaccino, è necessario attendere almeno un mese prima di poter provare ad avere una gravidanza.

Il vaccino antirosolia

Il vaccino è costituito dal virus in forma attenuata, incapace di provocare la rosolia, ma capace invece di stimolare il sistema immunitario a produrre anticorpi contro il virus.

Negli adulti è efficace fino al 90 % anche una sola somministrazione del vaccino.

Nei bambini sono necessari due richiami, uno a circa 15 mesi e uno a 5-6 anni.

Nel caso in cui la donna non sia protetta ma sia gravida, è sconsigliato fare il vaccino durante la gestazione.

E’ preferibile invece attendere il termine della gravidanza, evitando tutte le possibili fonti di contagio, e somministrare il vaccino dopo il parto. In questo modo avrà l’immunità permanente dalla malattia e proteggerà dal contagio eventuali figli futuri.

Il vaccino resta dunque l’unica via di prevenzione affidabile.

Supervisione: Collaboratori: Dott.sa Laura Lombardo (Laurea in ostetricia)

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